Immigrazione, tutte le bufale della sinistra sul Cpr di Milo

di Stefano Relunedì 29 gennaio 2024
Immigrazione, tutte le bufale della sinistra sul Cpr di Milo
2' di lettura

Non sono richiedenti asilo quelli rinchiusi nel Centro di permanenza per i rimpatri di Milo, in provincia di Trapani, che il Pd e le ong in questi giorni difendono, dopo che un incendio ha distrutto parte della struttura. «Persone che vengono recuperate dal mare e rinchiuse dentro i Cpr senza aver commesso alcun reato», le ha definite ieri Giovanna Iacono, deputata del Partito democratico al termine della sua ispezione. E che, secondo le denunce di numerosi parlamentari di sinistra (Ilaria Cucchi, Nicola Fratoianni...), sono state costrette a vivere e dormire all’agghiaccio dopo che numerosi locali del Cpr sono diventati inagibili. La storia vera è molto diversa. Quell’incendio, intanto, non è stato un incidente o frutto dell’incuria delle autorità: lo hanno appiccato gli immigrati tunisini irregolari durante una rivolta, fatta perché non volevano essere rimpatriati. Erano 149 e a tutti loro è stata data assistenza immediata. Non erano semplici richiedenti asilo, per i quali ci sono i normali centri di accoglienza. Non erano nemmeno persone rinchiuse «senza aver commesso alcun reato»: non è a questo che servono i Cpr.

Chi è trattenuto lì ha ricevuto un provvedimento di espulsione o di respingimento, ed è in attesa di essere rimpatriato. E per essere destinati in un Cpr non basta avere ricevuto una banale sanzione amministrativa: quelle strutture sono per i cittadini stranieri condannati per reati gravi o considerati una minaccia per la sicurezza pubblica. I curricula di quei 149 parlano chiaro. Sessanta di loro avevano precedenti penali e di polizia per reati particolarmente gravi: violenza e maltrattamenti in famiglia, rapina, lesioni, furto, spaccio di stupefacenti, associazione a delinquere, tentato omicidio, devastazione e saccheggio, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nell’elenco dei profili ritenuti «di principale interesse» dalle autorità italiane c’è un nigeriano nato nel 1995, condannato per maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale. Un marocchino classe 1994 con precedenti per estorsione, rapina, maltrattamenti in famiglia e furto aggravato. Un cittadino della Guinea, nato nel 1998, che si è distinto per spaccio di stupefacenti, furto, sequestro di persona.

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Il più pericoloso di loro è un 29enne tunisino che risponde al nome di Jamel Imam. L’Aise, l’Agenzia per le informazioni e sicurezza esterna, l’aveva segnalato nel luglio 2021 con il nome di Kamel Dhahbi, come estremista islamico salafita/takfirista intenzionato a raggiungere il suolo italiano. Già espulso dalla Germania nel 2017 per legami con Anis Amri, il tunisino autore dell’attacco terroristico a Berlino ucciso dalla polizia italiana a Sesto San Giovanni nel dicembre del 2016, Imam sbarcò infatti in Italia il 29 giugno 2023 a Petrosino, nel trapanese, e fu subito arrestato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Le procedure di fotosegnalamento consentirono di identificarlo e di ricollegarlo ai suoi trascorsi. Scarcerato lo scorso 30 settembre, è stato richiuso nel Cpr di Milo ed espulso per ragioni di sicurezza nazionale. Il rimpatrio in Tunisia, disposto dal prefetto di Trapani, è avvenuto il 25 gennaio. Non è l’unico ad essere stato rimpatriato dopo la rivolta: ora nel Cpr di Milo ne sono rimasti cinquanta. 

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