Stephanie Turner, "no alla gara con la trans": squalificata, ma vince lei

E alla fine il cortocircuito divenne manifesto, in maniera netta quanto inequivocabile
di Tommaso Lorenzinisabato 5 aprile 2025
Stephanie Turner, "no alla gara con la trans": squalificata, ma vince lei
3' di lettura

E alla fine il cortocircuito divenne manifesto, in maniera netta quanto inequivocabile. L’hashtag social #inclusionthatexcludes, «inclusione che esclude», ne è la sintesi perfetta: quello che nel calcio si chiamerebbe “fare gol in tre passaggi”, viene catturato da questa nitida fotografia in tre parole del pasticcio creato da chi ha volutamente confuso diversità e normalità per interessi politici e di fazione, di fatto predicando un’uguaglianza per la quale c’è però sempre qualcuno più uguale dell’altro. Anche contro ogni logica.

Una schermitrice statunitense è stata squalificata da un torneo dopo essersi inginocchiata e rifiutata di competere contro un’avversaria trans. Stephanie Turner, 31 anni, fiorettista, avrebbe dovuto affrontare Redmond Sullivan al torneo Cherry Blossom tenutosi all’Università del Maryland. Quel Sullivan che lo scorso anno si era “trasferito” dalla squadra maschile a quella femminile del proprio istituto, il Wagner College. Quando la sfida stava per iniziare, la Turner si è inginocchiata in pedana e si è tolta la maschera in segno di protesta. «Ho visto che avrei tirato contro Redmond e da lì ho detto, “Ok, facciamolo: mi inginocchierò”», ha spiegato a Fox News Digital la Turner, non certo una dannata suprematista bianca come si intuisce dai lineamenti e dalla carnagione mulatta, ex elettrice Dem poi passata ai Repubblicani anche proprio per “motivi sportivi”. «Sapevo cosa dovevo fare perché la Federazione Usa di scherma non ha mai ascoltato le obiezioni delle donne in questi anni. Un piccolo gruppo di persone sta tenendo in ostaggio una base di atleti molto più ampia a causa di visioni “liberali” estremiste. Mentono, dicono che gli estrogeni possono trasformare un uomo in una donna, al punto che non si riesce più a notare la differenza: è follia».

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E dunque, al quinto incontro del torneo, quando stava per iniziare il primo assalto, Turner si è «inginocchiata immediatamente. Ho guardato l’arbitro e ho detto: “Mi dispiace, non posso farlo. Sono una donna, questo è un uomo e questo è un torneo femminile. E non tirerò contro questa persona”. Redmond non mi ha sentito, si è avvicinato a me e mi ha chiesto: “Stai bene?”. E io ho detto: “Mi dispiace. Ti amo e ti rispetto molto, ho carissimi amici nella comunità Lgbt ma non gareggerò con te”. Redmond ha replicato: “Beh, c’è un membro del consiglio di amministrazione qui che mi sostiene e c’è una politica che mi riconosce come donna, quindi mi è permesso tirare di scherma, e tu verrai sanzionata”. Ho risposto “Lo so”», anticipando così di pochi istanti il cartellino nero che significa squalifica. Anche se la stoccata di Turner sa molto di vittoria, un gesto lapidario contro l’impostura di chi finge di non sapere quanto determinante sia lo squilibrio fisico nei casi in cui un ex uomo affronta una donna.

«Probabilmente, almeno per il momento, questo distruggerà la mia vita», esclama Stephanie, che già nel 2013 aveva scelto di non partecipare a un torneo «dove era iscritta un’atleta che in precedenza aveva già gareggiato in qualità di maschio, con nome da maschio». E pensare che proprio nello sport Usa il gesto tranchant dell’inginocchiamento ha a lungo rappresentato l’altra faccia della medaglia, quella dei “buoni”, quella della battaglia per i diritti appoggiata subito dalla cultura woke e dalla politica progressista. È l’agosto 2016, il quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kaepernick si inginocchia durante l’esecuzione dell’inno americano sottolineando la violenza delle forze dell’ordine nei confronti delle persone di ogni colore di pelle diverso dal bianco, riferendosi a Mario Woods, ucciso da 20 colpi di pistola dalla polizia perché si era rifiutato di gettare un coltello. Quel ginocchio a terra è stato un gesto che automaticamente la sinistra liberal ha fatto suo, estendendolo alla propria visione mistificatoria dello sport.

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