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Juve e Milan, questione di dna: un grosso problema da risolvere

di Claudio Savelli martedì 1 aprile 2025

2' di lettura

I tifosi stanno indicando il problema delle società che non funzionano alle società che non funzionano: manca il codice genetico, il vissuto, lo storico. Nell’era dell’attenzione ai conti prima che al resto e dei progetti ad ampio respiro, si cercano uomini che vengono da fuori, da altre realtà. Quelli troppo dentro, di solito, finiscono per implodere nei loro stessi sentimenti. Per questo la Juventus post-Agnelli è ripartita da uomini di azienda così come il Milan post-Maldini non ha inserito uomini che avessero un passato rossonero. Solo in un secondo momento è stato inserito Ibrahimovic, ma non nella modalità corretta: assunto dalla proprietà anziché dal club, quindi tecnicamente esterno ad esso.

Il Milan viene gestito da professionisti “atei” mentre l’unico cuore rossonero fa il consulente: sarebbe più corretto il contrario, soprattutto se Ibrahimovic continuerà ad avere l’atteggiamento con cui si è ripresentato prima della sfida al Napoli, volto smagrito dal virus ma disteso, sorridente e certamente più collaborativo che in passato. Nella Juventus è stato ingaggiato Giuntoli proprio per allontanarla dal passato a forti tinte bianconere, da Agnelli a Nedved, passando per una squadra che aveva in dote gli ultimi baluardi di quel vissuto, come Chiellini.

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Ecco, Chiellini reinserito nell’organigramma e ora reclamante spazio è la parziale ammissione di un errore: serve qualcuno che i tifosi conoscono, qualcuno che possa rassicurare sulla conservazione del dna. È poi bastato l’ingaggio di Tudor, uno che ha vissuto una delle Juventus più Juventus di sempre, per risvegliare nei tifosi bianconeri la convinzione che servano uomini del passato. È stato invocato Del Piero da tutto lo stadio come se fosse un giocatore relegato in panchina. Non si vede spesso dedicare un coro a un ex capitano per chiedere di inserirlo nell’organigramma societario.

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Vuol dire che l’esigenza è forte e, a pensarci bene, è forte perché ha un senso. La Juventus aveva bisogno di staccarsi dalla gestione Agnelli e va bene, lo ha fatto, ma ora ha bisogno di figure conosciute e riconosciute, anche solo per guadagnare tempo nel processo di ricostruzione dei conti e di conseguenza della competitività. Elkann era presente in tribuna e ha certamente sentito la richiesta. Ora ha l’occasione di dimostrare di essere un buon manager. Gli basta ascoltare il consiglio, anche se i consigli che vengono dal basso non sono mai stati pane per i denti della famiglissima.

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