Partiamo dalla buona notizia: le condizioni di Nanni Moretti «sono eccellenti e l’umore è ottimo», potrebbe essere dimesso a giorni. Lo spiegano dal San Camillo di Roma, dove il regista è ricoverato dopo l’infarto che lo ha colpito mercoledì.
Archiviata la cronaca, notiamo come dall’universo politico in cui Moretti gravita non siano arrivati messaggi pubblici di solidarietà. Tutti muti, nel Pd e a sinistra. Niente «ci vediamo presto» né «Forza Nanni!». Peculiare, perché Moretti è “il regista della sinistra”. Non s’intenda la tendenza salottiera. E nemmeno si intenda la rivendicata fede politica. Piuttosto l’impegno, costante e critico, la militanza cinematografica, la sempiterna volontà di sferzare l’area di riferimento. Ne è simbolo Palombella Rossa: il muro di Berlino sarebbe crollato due mesi dopo l’uscita nelle sale e Michele Apicella, onorevole del Pci e onnipresente alter-ego cinematografico di Moretti, nel film dopo un incidente perde la memoria. Apicella, sullo sfondo di una partita di pallanuoto, tenta di ricordare. Scopre che la sera prima dello schianto, in una tribolata tribuna elettorale, falliva nel provare a spiegare che senso avesse «essere comunista» a fine anni ’80. Palombella Rossa fotografa la crisi della sinistra al tramonto dei due blocchi, la perdita d’identità del Pci. Poi gli schiaffi alla giornalista, le urla («Come parla! Le parole sono importanti!»): la sequenza-manifesto, la corruzione del linguaggio che secondo Moretti corrompe la mente. Vista da un’altra prospettiva, una sinistra che non riusciva, allora come oggi, a decifrare lo spirito del tempo. Palombella Rossa per il mondo a cui si rivolgeva fu un film necessario, ne cementò il legame con il regista. Nel 1998 ecco Aprile: si apre con Emilio Fede che al Tg4 annuncia la prima vittoria di Berlusconi. E Moretti, che interpreta se stesso, deraglia tra canne e Nutella. Antiberlusconismo, certo, ma anche critica serrata a una sinistra prigioniera del suo passato, umiliata dal Cav disastrosamente derubricato a bandito e macchietta.
Poi arrivano vorticosi anni di passaggio - Pci, Pds, Ds e Pd-, Nanni anima i girotondi, da Piazza Navona mena fendenti contro l’Ulivo. Nel 2006 esce Il Caimano, che era sempre Berlusconi, la scena delle molotov sui giudici fa il giro del mondo. Nel 2018, da Fabio Fazio, Moretti si dice «incazzato col Pd». Spiega di essere rimasto «uno dei loro pochi elettori fedeli» nonostante tutto l’incompiuto. Nel 2023 ecco Il sol dell’Avvenire, un film che in filigrana (ma neppure troppo) è l’ennesima bocciatura della sinistra contemporanea. Per Moretti ogni aspettativa è stata tradita e lo rivela plasticamente nell’ultima sequenza: la marcia lungo i Fori Imperiali, la gigantografia di Trockij e la scritta che annuncia il compimento dell’utopia comunista, almeno nel mondo in cui il film si conclude.
Si ritorna idealmente a Palombella Rossa per dire che si stava meglio quando si stava peggio. Moretti nel bene e nel male ha sempre parlato alla sinistra. Nonostante le frustrazioni non la ha mai tradita. Ogni suo film ha una chiave politica. Quando in Caro Diario urla «Karl Popper, hai torto marcio! Non è vero che la televisione è un mostro che corrompe i bambini» è pura politica, una resa ante litteram al berlusconismo. Eppure, nonostante l’impegno, a sinistra dell’infarto di Nanni non si è accorto nessuno. Tranne Gianni Cuperlo: «Un abbraccio, per mille ragioni...». Altri messaggi dai vertici Pd non ne abbiamo intercettati. Forse alcune critiche non sono gradite. Per certo, questo silenzio è curioso.