Wurstel e cibi "ultraprocessati", lo studio che cambierà le vostre abitudini: salute, ciò che non dicono

giovedì 1 aprile 2021
Wurstel e cibi "ultraprocessati", lo studio che cambierà le vostre abitudini: salute, ciò che non dicono
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Si parla molto di alimenti ultraprocessati, questo perché sono sempre più diffusi e perché parecchi studi ne mettono in evidenza le pericolose correlazioni con alcune malattie. Tra gli ultraprocessati, il "re" è per certo il wurstel. Ma come ricorda ilfattoalimentare.it, non esiste una definizione del tutto condivisa per questi alimenti.  Anche tra i ricercatori, ciascuno tende a identificare questo termine con qualcosa di diverso, a seconda del suo punto di vista, o del motivo per cui si occupa del tema.

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Ed è quanto emerge da uno studio condotto ai ricercatori dell’Università del Surrey, in Gran Bretagna, e appena pubblicato su Trends in Food Science and Technology. Studio che prende in esame oltre cento ricerche che di occupano di alimenti ultraprocessati e salute. Risultato? Non esiste un'unica definizione, appunto. Si può però ricondurre quel tipo di cibo a 4 categorie, in rifermento  a quanto un certo cibo è stato sottoposto a lavorazione, alla natura della stessa, al tipo di luogo dove è stata ottenuta (aziende) e allo scopo per cui è stata effettuata (solo cosmetico o sostanziale), cioè a parametri molto lontani gli uni dagli altri.

Dunque, ilfattoalimentare.it sottolinea come lo studio metta in luce clamorose incongruenze: per esempio, quasi nessuno include nei cibi ultraprocessati quelli preparati in casa, come se la preparazione domestica fosse di per sé salutare. 

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Lo studio conclude proponendo una via d'uscita, una soluzione. Che sarebbe adottare  i sistemi già oggi più condivisi a livello internazionale e, soprattutto, più facili da utilizzare e da comprendere quali, per esempio, quello delle etichette Nutri- Score, costituito da sole 5 lettere unite ai colori che attribuiscono un punteggi relativi alla salubrità di un certo cibo in base a quanto ormai dimostrato dalla scienza, conclude ilfattoalimentare.it.

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