Donne e stranieri: ormai dire la verità è vietato

Pur di attaccare un ministro di Giorgia Meloni, gli esponenti del centrosinistra non temono di entrare in contraddizione con quanto propagandano da anni
di Pietro Senaldivenerdì 4 aprile 2025
Carlo Nordio

Carlo Nordio

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Pur di attaccare un ministro di Giorgia Meloni, gli esponenti del centrosinistra non temono di entrare in contraddizione con quanto propagandano da anni. Nella sacrosanta lotta al femminicidio, reato nel quale l’Italia è agli ultimi posti della classifica nel rapporto tra popolazione e donne uccise dagli uomini (0,41 ogni centomila persone), il leit-motiv progressista è che ad armare la mano assassina sia una questione prettamente culturale. Tutta colpa della società patriarcale, che impera da sempre e vuole la donna sottomessa e senza diritto di emanciparsi, motivo per il quale l’uomo non regge la frustrazione del rifiuto e passa alla violenza. Sono casi rari, ma elevati a legge di sistema, nel sano tentativo di ridurli ulteriormente e di riequilibrare comunque il rapporto tra i generi.

Ebbene, ieri il Guardasigilli, Carlo Nordio, spiegando che lo Stato «ha fatto l’impossibile per contrastare a livello legislativo questo delitto», aumentando le pene e inserendo il Codice Rosso, ha aggiunto che è anche «una questione d’educazione, serve un’attività a 360 gradi e bisogna coinvolgere le famiglie, dove si forma la personalità dei futuri uomini». Considerazioni ovvie. Poi il ministro ha aggiunto che le origini di un femminicidio «si radicano nell’assoluta mancanza di educazione civica e di rispetto per le persone, soprattutto per quanto riguarda giovani e adulti di etnie che magari non hanno la nostra stessa sensibilità, soprattutto verso le donne». Apriti cielo, contro Nordio ha iniziato a sparare ad alzo zero la contraerea dell’opposizione. I più moderati lo hanno accusato di farsi portatore di concetti sbagliati e pericolosi. Tutti gli altri gli hanno dato dell’ignorante, dello spregiudicato, dell’irresponsabile. Gli è stato in pratica rimproverato di voler editare un nuovo Manifesto della Razza, base ideologica della persecuzione degli ebrei nell’Italia degli anni Trenta.
Ma come? Se il killer è il maschio italiano bianco, il femminicidio è questione culturale e chi lo afferma merita plauso collettivo e bacio accademico.

Se invece qualcuno prova a trovare una spiegazione al fatto che, dati alla mano, gli extracomunitari costituiscono il 9% della popolazione ma commettono il 25% degli assassinii di donne e il 44% degli stupri, e ipotizza che non sia un caso ma c’entrino qualcosa le comunità di provenienza, ecco che chi lo afferma diventa un razzista al pari di Josef Mengele, il medico criminale di Auschwitz. Ideologia, virus con cui i dem nel mondo hanno corrotto la democrazia, la libertà di pensiero e financo la realtà. Eppure, logica insegna che, per risolvere un problema, bisogna analizzarlo in tutti i suoi aspetti e risalire alle cause scatenanti. Culture d’origini violente, uomini deboli in crisi di identità e donne forti e desiderose di libertà, questo è il cocktail fatale che sta alla base della maggior parte dei femminicidi: se si vuole combatterli, si deve partire da questa constatazione. «Le vittime straniere, in controtendenza con quelle italiane, che calano del 21%, sono in forte crescita e arrivano a rappresentare un quarto del totale con un incremento del 41%» è scritto nel Rapporto Eures (Ricerche Economiche e Sociali”) del 2024 sulle uccisioni di donne.

Peraltro, i dati dimostrano che, nel 46% dei casi di assassini extracomunitari (il 58 se si tratta del partner), il colpevole proviene dall’Est Europa, il che combacia con il fatto che le prime sei nazioni in testa alla classifica dei femminicidi nel nostro continente sono Lituania, Lettonia, Croazia, Austria, Slovenia e Ungheria. Quanto agli immigrati dall’Africa, costituiscono il 13% se il delitto è in famiglia e il 24 se la vittima è italiana, a riprova che l’immigrazione illegale, seppure non tantissimo, un po’ incide. Quanto agli islamici asiatici, pakistani, bengalesi, indiani, statisticamente risultano meno violenti, malgrado provengano da Paesi ad alto tasso di femminicidio. Chi però si azzardasse a chiedersi se il dato può essere influenzato dal fatto che nei loro nuclei famigliari le donne sono spesso sottomesse al maschio padrone e non tentano neppure la ribellione, verrebbe subito tacciato di razzismo dall’esercito delle femministe nostrane.