Trump fa Trump, ma l’Europa cosa fa? Senza offesa per le oche e gli asini, a Bruxelles starnazzano e ragliano. L’Italia non segue questo coretto sgangherato, Giorgia Meloni ieri ha dimostrato, ancora una volta, di avere una linea politica realista, ha ribadito che i dazi sono sbagliati, ma ha respinto l’avanti popolo delle cancellerie europee che vogliono rispondere a Trump con i contro -dazi, una manovra tafazziana. La nostra economia trasformatrice e esportatrice ne uscirebbe a pezzi, gabellata due volte, prima da Washington e poi da Bruxelles, geniale.
La nostra dipendenza dall’export in America è alta, ma i nostri prodotti non sono così facilmente sostituibili, molti sono presenti nella filiera strategica americana, dunque per negoziare con la Casa Bianca dobbiamo partire da questo vantaggio competitivo, la qualità del Made in Italy e la sua infungibilità, che si estende anche a prodotti di largo consumo, pensate all’alimentare. I prodotti strategici italiani rappresentano più di un quinto del totale del nostro export negli Stati Uniti (17 miliardi di euro nel 2023), la farmaceutica è un esempio che vale per molti altri: sono prodotti che per l’America hanno un impatto sul concetto di sicurezza nazionale, il «caso pharma» è una leva straordinaria e non è l’unica.
Trump rompe il silenzio dopo l'annuncio dei dazi: "Il paziente è sopravvissuto"
"L’operazione è finita! Il paziente è sopravvissuto e sta guarendo. La prognosi è che il...La domanda che dobbiamo porre sul tavolo in questo momento storico, senza ipocrisie, è una sola: possiamo delegare a Bruxelles la rappresentanza del nostro interesse nazionale? La risposta è no, perché la Germania e la Francia, potete starne certi, sono già in pista con un’azione di lobby straordinaria a Washington, useranno tutta la loro diplomazia economica, faranno pesare la presenza in America di grandi aziende tedesche e francesi, moltiplicheranno la leva degli investimenti. Pubblicamente diranno che Trump è brutto, sporco e cattivo, ma sotto il tavolo passeranno le carte che servono per tutelare il loro business. Anche in Europaci sono quelli che Prezzolini chiamava i furbi e i fessi.
Trump tira dritto sui dazi: "Ci sarà un boom"
"Credo stia andando molto bene": il presidente americano Donald Trump ha risposto così ai giornalisti c...L’altro elemento di questo risiko in piena accelerazione è rappresentato dalle nostre barriere interne, il castello di regole che abbiamo costruito in Europa, una mostruosità kafkiana che ha quasi distrutto il settore dell’auto (fondamentale per l’occupazione), prodotto costi energetici insostenibili, messo sotto chiave la creatività nell’alta tecnologia, imbrigliato gli investimenti fino a ridurli al lumicino. Un colpo di penna del Presidente americano ne ha fatto carta straccia. Se si vuole davvero salvare l’Unione europea, è giunto il momento di alleggerirne la struttura, le competenze, la missione. La soluzione non è “mettere” ma “levare”, altrimenti il peso la farà colare a picco.
C’è un problema di cultura, enorme incomprensione di quello che sta accadendo negli Stati Uniti. L’America non è più il “Nuovo Mondo”, è un “Altro Mondo”. Lo è da tempo, perché gli shock arrivano improvvisamente, ma la loro maturazione è lenta, si sedimenta, si gonfia come un fiume carsico e poi esplode in superficie. L’élite europea ha un problema di atrofizzazione mentale, pensa e agisce riferendosi a uno scenario di espansione dell’economia e della democrazia che è agonizzante (l’avanzata descritta da Samuel Huntington nel saggio La terza ondata), cerca di tenere in vita un cadavere.
La globalizzazione per gli Stati Uniti è diventata un problema di sicurezza, una nazione che conta centomila morti all’anno per gli oppioidi (un confronto da brividi: la guerra in Vietnam costò la vita a 58mila soldati americani) ha un’agenda di problemi drammatica e lo status quo non è accettabile, l’America vuole spezzare prima di tutto la sua dipendenza dall’estero, non può più permettersi deficit di trilioni di dollari, vuole riportare la “Fabbrica” a casa, cerca di evitare il futuro anticipato in tante pagine della letteratura, il crollo del dollaro come moneta di riferimento degli scambi mondiali (raccontato da Lionel Shriver in The Mandibles), la guerra civile e la secessione della nazione (il formidabile romanzo di Paul Auster, Man in the dark), gli incubi e deliri di un impero che sente scorrere il pericolo sotto la sua pelle. Donald Trump e JD Vance, i loro consiglieri, il sistema del Pentagono e quello delle imprese (altro libro eloquente, The Technological Republic, scritto da Alex Karp, il fondatore di Palantir), hanno deciso che è l’ora di riequilibrare il commercio e riprendersi in mano la propria sorte, prima che sia troppo tardi. Noi cosa vogliamo fare del nostro destino?