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Per la sinistra l'interesse di parte equivale al bene di tutti gli italiani

Per la sinistra l'interesse di parte equivale al bene di tutti gli italiani
di Corrado Ocone giovedì 27 marzo 2025

3' di lettura

Gli elementi che più impressionano nelle vicende legate alla manifestazione romana promossa da Michele Serra sono, da una parte, l’incoscienza con cui i protagonisti si sono mossi prima e, dall’altra, la sfrontatezza con cui stanno affrontando ora le critiche rivolte loro.

Quasi che quello che è successo sia la cosa più naturale del mondo e non ci sia bisogno nemmeno di giustificarsi o almeno chiedere scusa. Questo atteggiamento ha evidentemente molte motivazioni, oltre che probabili risvolti penali che la magistratura metterà a fuoco. Esso va però ricondotto, a mio avviso, anche ad una cultura istituzionale particolare che è maturata negli anni in Italia e che poco ha a che vedere con i principi della democrazia liberale. Di quest’ultima viene infatti contestato il principio fondamentale, che è quello della neutralità delle istituzioni rispetto agli interessi di parte. Ciò avviene in un modo subdolo, non sfacciato come potrebbe essere in uno Stato autoritario.

Si realizza, in pratica, una indebita sovrapposizione di ambiti: ciò che è giusto per me diventa ciò che è giusto per tutti e viene di fatto “istituzionalizzato”. È negli interstizi di questa sovrapposizione, che non poco ha inquinato la vita pubblica italiana, che si è costruita nel tempo quella “egemonia culturale” che non ha torto imputiamo alla sinistra. Oggi le nostre istituzioni seguono prassi, comportamenti, un “calendario civile”, sedimentatisi storicamente e che non sempre rispondono al carattere pluralistico pur sancito dalla Costituzione. Due sono a mio avviso le idee che hanno plasmato questa pseudo -cultura istituzionale: l’idea di origine leninista dello Stato-partito, cioè di un partito che si fa Stato; e quella di origine togliattiana della “democrazia progressiva”. In tale ottica le istituzioni non sono la camera di compensazione delle istanze contrapposte che operano nella società ma hanno un compito molto più “alto”: accompagnare la società stessa verso una “maturazione” e “presa di coscienza” in previsione di equilibri diversi e più consoni all’ideale progressista. Da qui anche l’idea di una “pedagogia istituzionale”: lo Stato attraverso le istituzioni, deve in qualche modo farsi “pedagogo”, deve educare il popolo non limitandosi a offrire la cornice che garantisce il pluralismo. Che è, tutto sommato, un atteggiamento poco laico, anzi quasi religioso, di rapportarsi alle istituzioni.

In quest’ottica si può perciò anche assistere ad uno stravolgimento del significato dato alle proprie azioni. Dal Campidoglio, ad esempio, è stata fatta trapelare la giustificazione che la manifestazione di Serra fosse unitaria e non prevedesse l’uso di bandiere e simboli partitici. Ci si dimentica, così, che ci sono nello spettro politico e nella società diversi modi di intendere l’Unione Europea e che uno di questi, forse maggioritario fra gli italiani, era stato preventivamente escluso dai patrocinatori dell’iniziativa.

L’idea poi che non ci fossero simboli identitari è proprio la più chiara dimostrazione di quella volontà della parte di farsi tutto di cui stiamo parlando. Va poi considerato che storicamente la sinistra ha organizzato manifestazioni senza simboli quando voleva semplicemente coprire le proprie divisioni interne. Ovviamente, dai tempi di Lenin e Togliatti molta acqua è passata sotto i ponti e sarebbe ingenuo pensare che Serra, Gualtieri e tutti gli altri abbiano seguito alla lettera le istruzioni dei due leader comunisti del passato. È anche vero però che le mentalità lavorano come un fiume carsico nella storia e sono alla base di abitudini e comportamenti, nonché di tic e riflessi condizionati. Esse riappaiono alla superficie quando meno te lo aspetti. Tanto più se non si ha avuto il coraggio di fare fino in fondo i conti con la propria storia, come è stato per la sinistra italiana.

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A.V.