«Ce la siamo meritata», ha confessato, ammesso e quant’altro il mio amico e coetaneo Giuliano Amato in una intervista a Repubblica riflettendo e sfogandosi sul mondo rovesciato dal presidente americano Donald Trump agli occhi dei progressisti. Nei quali il due volte ex presidente del Consiglio, l’ex presidente della Corte Costituzionale, l’ex braccio destro di Bettino Craxi a Palazzo Chigi fra il 1983 e il 1987 si riconosce parlandone al plurale. E dicendo anche che «il tempo lungo» della loro storia «ce l’ho tutta dentro di me».
Sono parole amare quelle di Giuliano e, in parte, anche di un’autocritica esagerata. Perché il progressismo sul quale egli si batte il petto, finito da noi nei salotti delle zone cittadine a traffico «limitato e negli Stati Uniti negli «attici di Manhattan», magari costruiti da Trump, non è quello in cui lui si è fatto le ossa sino alla prima scalata a Palazzo Chigi, dove arrivò nel 1992 spinto da un Craxi messo ormai fuori gioco dal combinato disposto della Procura di Milano, col capo consultato in una crisi di governo, del Pci di Achille Occhetto e del Quirinale di Oscar Luigi Scalfaro.
Patarnello, Giuliano Amato: "Da magistrato mi asterrei da un giudizio del genere sul premier"
"Sarà che sono un po’ bigotto, ma se fossi magistrato mi asterrei dall’esprimere un giudizio del...Il progressismo suicida, che ha fatto le fortune politiche in Italia prima di Silvio Berlusconi e ora di Giorgia Meloni, e di Trump in America, è quello di molte parole e pochi fatti, anzi pochissimi, se non niente in assoluto, che ha avuto la presunzione di vivere o addirittura di rigenerarsi nel deserto, come vedremo, del giustizialismo e dintorni. Un progressismo al quale Amato, a costo di rompere con un Craxi che gli diede del “professionista a contratto”, diede una mano nella sua seconda esperienza a Palazzo Chigi e altrove. Pur conservando -gli va riconosciuto- il merito e il coraggio di distinguersene. Come ha fatto nell’intervista a Repubblica difendendo la premier Meloni dal tentativo della sinistra di liquidarla come estranea alla liberaldemocrazia. E riconoscendole il merito di difendere in questa congiuntura internazionale terremotata l’Ucraina di Zelensky.
«Non sembra», ha detto, sempre parlando della Meloni, «che sia nelle condizioni di potersi sottrarre all’impegno comune europeo. E bisogna darle atto, nel suo intervento alla convention dei conservatori americani, di avere parlato di “aggressione russa”, formula scomparsa dal loro vocabolario». È la sinistra piuttosto, arrivatavi del resto col solito ritardo, che non riesce a stare al passo di quello che Amato ha chiamato – ripeto- «impegno comune europeo». È bastata la parola “riarmo” usata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen per parlare di come garantire maggiore sicurezza per fare venire le convulsioni a buona parte della sinistra, nel Pd di Elly Schlein e fuori.
Giuliano Amato, ora dà lezioni sulla Consulta ma il suo allarme è fuori tempo massimo
Se c’è una cosa per cui l’elettore di centrodestra è grato a questa maggioranza di governo, &e...La sinistra rimane quella di una cinquantina d’anni fa, che Amato dovrebbe ricordare bene. Quella che si tirò indietro dalla cosiddetta solidarietà nazionale -in qualche modo riproposta ora da Amato con un patto bipartisan di politica internazionale- non tanto per la morte di Aldo Moro, o per i voti che il Pci aveva paura di perdere, quanto per sottrarsi alla prospettiva che cominciava a delinearsi del riarmo missilistico della Nato. Sotto il cui “ombrello”, alquanto bucato o malmesso per gli SS 20 schierati dal blocco sovietico contro le capitali dell’Europa occidentale, Enrico Berlinguer era arrivato a dire di sentirsi «più al sicuro» nel perseguimento di un’autonomia dei comunisti italiani da Mosca. Per non ammettere una realtà che smascherava la sua vera collocazione o linea Berlinguer si inventò, fra l’altro, la famosa “questione morale”, cavalcando la “diversità” della sua comunità politica da tutte le altre e seminando quel campo poi intitolato alle “Mani pulite”. Vi dice nulla questa formula, all’ombra del quale i comunisti italiani avrebbero poi cercato, solo in parte riuscendovi, di sopravvivere alla caduta del muro di Berlino e di tutto il resto? A me dice tutto, ancora. E dovrebbe dirlo anche a Giuliano Amato.