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La sinistra preferisce i palestinesi in miseria

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Daniele Capezzone
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I riflessi condizionati e le reazioni pavloviane della sinistra politica e mediatica sono abbastanza facili da decifrare: in mancanza di unità tra loro (cioè quasi sempre) e in assenza di una proposta costruttiva da avanzare (di nuovo: quasi sempre), l’uscita di sicurezza cercata dai compagni è spesso prevedibilissima: è cioè sparare a palle incatenate contro il nemico, tentando di mostrificarlo e fascistizzarlo. Lo schema è ripetitivo, anzi ormai automatico: e la presenza sulla scena globale di Donald Trump consente infinite repliche di un format collaudatissimo.

La scenetta si è ripetuta nelle ultime quarantott’ore a proposito del videoclip trumpiano, generato dall’intelligenza artificiale, su una futura Gaza “trumpizzata”, un po’ Las Vegas e un po’ Mar-a-Lago. Non un capolavoro estetico, ammettiamolo: ma - per chi sa e vuole cogliere la sostanza delle cose - una utile provocazione su cosa vorrebbe dire sottrarre un territorio al terrorismo e al sangue. E invece, apriti cielo: dai compagni sono venuti fulmini e saette, insulti e irrisioni. E perfino una comica richiesta al governo italiano di «fare qualcosa». E cosa, di grazia? Togliere il cellulare a Trump? Bloccarlo sui social? Roba da matti. Più seriamente, e quindi andando al cuore della questione, ci sono almeno tre aspetti che non tornano nelle critiche ossessive dei progressisti. Primo. Perché il fronte anti-trumpiano non parla mai di Hamas? Quale amnesia (o quale amnistia) li induce a dimenticare la causa prima del disastro in atto a Gaza, e cioè il ruolo giocato da un gruppo terroristico che punta esplicitamente (per statuto) alla distruzione di Israele? È stata Hamas, non paga di anni di stillicidio terroristico “minore”, a organizzare il gigantesco pogrom del 7 ottobre. Subito dopo, tutti convennero - a parole sulla necessità di estirpare il cancro terrorista dal corpo della Palestina. Ma ora tutto pare curiosamente dimenticato, nella fretta di bastonare Trump. Secondo. Qual è l’alternativa concreta, realistica, praticabile, che i progressisti propongono? Il piano Trump (sia quello reale, sia la provocazione audiovideo) non va bene ai compagni. Ma loro, invece, che soluzione avanzano? Ripetono come uno scioglilingua la formula “due popoli, due stati”.

Ma come fanno a non comprendere che, fino a quando una delle due entità statuali sarà sotto il controllo di un gruppo terroristico, ogni ipotesi di convivenza resterà impraticabile? Terzo. L’argomento più sofisticato, apparentemente più “chic”, contro la “cafonata” trumpiana è quello centrato sulla coppia povertà/ricchezza. Dicono i critici: Trump propone un modello centrato sulla ricchezza, addirittura sul lusso, e questo è uno schiaffo in faccia ai poveri palestinesi. La dura verità è che, avanzando questo argomento, i nostri intellettuali mostrano una volta di più il loro (più o meno consapevole) spirito anti-occidentale e anti-capitalista.

Se fossero minimamente orgogliosi della parte di mondo in cui vivono (cioè qui), saprebbero che - pur con tutti i loro difetti- capitalismo e mercato producono più benessere per tutti, anche per i più poveri. I più poveri di qui, non a caso, sono da considerare ricchi rispetto alle fasce più basse delle aree economicamente depresse del pianeta. E allora proporre uno sviluppo “capitalistico” per Gaza vorrebbe dire offrire un’opportunità a tutti: per gli investitori e per i potenziali lavoratori, per chi potrebbe far vacanza e per chi potrebbe portare a casa un po’ di pane e un onesto stipendio. Cosa c’è che non funziona in questo meccanismo? Secondo i nostri compagni (cito a memoria i loro argomenti sempre uguali a se stessi), il sistema capitalistico rende «i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri». Ora, è vero che la crescita economica può comportare anche un certo grado di disuguaglianza, ma è altrettanto vero - ecco il punto - che, ovunque la libertà di mercato si sia dispiegata e realizzata nel mondo, si è regolarmente assistito a un crollo della povertà, o comunque a una sua significativa riduzione. E questo non dovrebbe essere un risultato positivo? A noi pare di sì. Ma il vizio di certi progressisti è sempre lo stesso. A loro non interessa far sorridere i più poveri: gli basta far piangere i più ricchi.

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