E se alla fine Giorgia Meloni e Carlo Calenda fregassero tutti, soprattutto gli alleati, e decidessero di correre da soli il 25 settembre? A prevedere uno tsunami elettorale con ricadute imprevedibili sul Parlamento è Marcello Sorgi, editorialista della Stampa trai più autorevoli notisti politici italiani. "Finirà nel più semplice dei modi: ogni partito andrà al voto candidando il proprio leader come premier, e tutte queste liti della prima settimana di campagna elettorale verranno dimenticate".
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Un colpo di teatro che servirà, spiega Sorgi, "a motivare rifiuti dell'ultima ora a scegliere candidati comuni dei collegi uninominali". Insomma, i due leader potrebbero decidere di rovesciare i rispettivi tavoli, mettendo in grave difficoltà chi ne contesta il ruolo. E' il caso per esempio di Silvio Berlusconi, che rifiuta la candidatura a premier della Meloni. Finora d'altronde, proprio il fatto di aver "navigato in solitaria" ha garantito a Fratelli d'Italia e ad Azione di Calenda di accrescere "a dismisura le loro quote percentuali nei sondaggi, ripetendo i loro no a qualsiasi offerta di alleanza".
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Certo, per la Meloni è più difficile perché l'alleanza di centrodestra è naturale e anche l'unica possibilità per vincere le elezioni. "Indubbiamente - suggerisce Sorgi - la candidatura a Palazzo Chigi aggiunge molto dal punto di vista della propaganda: questa è la ragione per cui Meloni continuerà a insistere e i suoi alleati a nicchiare". Diverso è il caso di Calenda: il suo partito ha raggiunto il 6%, ma non può aspirare a un ruolo egemonico a differenza di FdI. Un'alleanza strutturale con il Pd rischierebbe però di farlo morire in culla. E così Sorgi azzarda due scenari paralleli ma conciliabili: da una parte, "potrebbe promuovere un accordo soltanto 'tecnico' con Enrico Letta per i collegi", dall'altra potrebbe lasciarsi lo spazio per una provocazione politica clamorosa: "Candidarsi nel collegio 1 di Roma (della serie: o votate per me o perdiamo insieme) e valutare dopo l'alleanza per il governo".