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Agosti: Quando la bella vita si fece arte. Ecco la rivoluzione dell'art déco

di Vera Agosti mercoledì 5 marzo 2025

3' di lettura

L a giovane donna è sdraiata su un prezioso velluto veneziano. Indossa un luminoso abito di seta gialla e un copricapo russo con quattro fili di perle che le incorniciano il volto e scendono a collana sul collo. Aveva scelto quel vestito per una festa da ballo in casa Visconti, con il quale aveva suscitato un certo scandalo. Si tratta di Wally Toscanini, la secondogenita del grande direttore d’orchestra Arturo, immortalata su carta dall'abile mano di Alberto Martini nel 1925. Personaggio esuberante e leggendario, faceva sempre parlare di sé. Visse un amore inizialmente contrastato con il conte Emanuele Castelbarco, ben più anziano di lei, sposato con figli, ma riuscì a coronare il suo sogno. Ovunque aveva fatto ricamare il suo motto: «vivi, ama, ridi». L’opera che ritrae la ragazza, perfetta incarnazione caratteriale dello spirito del suo tempo, è ora l'immagine guida della mostra Art Déco. Il trionfo della modernità, curata da Valerio Terraroli, a Palazzo Reale a Milano, fino al 29 giugno.

L'esposizione approfondisce le origini, lo sviluppo e la rapida fine di questo raffinato fenomeno, con una particolare attenzione per l’Italia e la Francia, dove durò per il decennio degli anni Venti, mentre per il resto d’Europa proseguì anche negli anni Trenta, arrivando in America dal 1929.

DOPO IL LIBERTY
Il termine Art Déco deriva dall’Esposizione universale di Parigi dedicata alle “Arts Décoratifs” del 1925, di cui ricorre il centenario, per cui si parla anche di “Stile 1925”. È un nuovo linguaggio, che subentra al Liberty ed è dapprima vissuto come continuazione e poi in decisa antitesi all’Art Nouveau. Alle linee sinuose e sensuali del Liberty, ai motivi floreali, intrisi di simbolismo e idealismo, si sostituisce l’ideologia della macchina, in seguito all’affermarsi delle avanguardie per le Secessioni mitteleuropee, il Cubismo, il Fauvismo e il Futurismo. Ecco allora schemi geometrici e simmetrici, i grattacieli e le luci delle metropoli.

Il gusto Déco si estende alla scultura e alla pittura in funzione decorativa, nonché all’architettura, modellando le sale cinematografiche, i teatri (il Théâtre des Champs-Elysées di Parigi, il Savoy Theatre di Londra), le sale da ballo, i transatlantici, i dirigibili, gli aerei, i grandi magazzini (La Rinascente, Macy’s), i palazzi pubblici, le residenze borghesi. Anche le stazioni ferroviarie non restano immuni al cambiamento. Palazzo Reale ospita anche un progetto promosso della Fondazione FS Italiane che, attraverso un’ampia selezione di fotografie, documenti e arredi conservati negli Archivi, racconta la storia del Padiglione Reale in stazione Centrale e documenta l’influenza dell’Art Déco nell’architettura ferroviaria italiana. La nuova estetica coinvolge tutta la produzione di arti decorative, dagli arredi alle ceramiche, dai vetri ai ferri battuti, dall'oreficeria ai tessuti alla moda, dalla forma delle automobili alla cartellonistica pubblicitaria. In mostra 250 opere fra vetri, porcellane, maioliche, centrotavola, dipinti, sculture decorative, disegni, tessuti, arredi, abiti haute couture, accessori, gioielli, ma anche vetrate e mosaici.

NON SOLO QUADRI
L’Art Déco è anche lo stile di vita della borghesia, glamour, eclettico, mondano, internazionale, che si fonda sul lusso e l’agiatezza, nell’oblio degli orrori della Grande Guerra. Non mancano le corrispondenze col cinema, il teatro, la letteratura, le riviste, la radio, la danza, la musica, ben rappresentate in rassegna attraverso contenuti multimediali, spezzoni cinematografici, manifesti e riviste. Dai dividi Hollywood, come Greta Garbo, Marlene Dietrich, Rodolfo Valentino, alle pagine di Francis Scott Fitzgerald, Agata Christie, Gabriele D’Annunzio. Quest’ultimo, con il suo Vittoriale degli Italiani sul Lago di Garda, dimostra di non essere immune al fascino della nuova tendenza, di cui diventa estimatore ed interprete.
Il nuovo stile nel nostro Paese ha esiti formidabili, con le biennali internazionali di arti decorative di Monza del 1923, del 1925, del 1927 e del 1930 e il ruolo guida di Milano, per cui si apre la strada al Design e al “Made in Italy”. Si studia un nuovo rapporto tra arte, artigianato, industria e produzione seriale. Ecco le creazioni per la Richard-Ginori di Gio Ponti e le opere di Tomaso Buzzi, Paolo Venini, Galileo Chini, dell’artista del vetro Vittorio Zecchin, del maestro ebanista Ettore Zaccari, dell’orafo Alfredo Ravasco...

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