La buona notizia è che la farraginosa e pretenziosa macchina televisiva di “M.” è arrivata a tagliare il traguardo dell’ottava e ultima puntata; quella meno buona è che a Sky stanno facendo più di un pensierino ad allestire un’altra serie dal secondo volume della trilogia scuratiana diventata nel frattempo tetralogia (una sola parola, non due). Di questo passo “Il figlio del secolo” XX potrebbe tenerci compagnia per un bel po’ nel secondo quarto del XXI, sforando di riffa o di raffa persino il Ventennio che ha a riferimento storico. Forza e coraggio, il meglio è passato, come ebbe a scrivere Ennio Flaiano il quale sul fascismo le idee se le fece molto chiare non appena si ritrovò in Africa come tenente di complemento nella guerra d’Etiopia.
Solo che Flaiano, a parte il romanzo “Tempo d’uccidere” che vinse la prima edizione del Premio Strega nel 1947 (e solo questo lo lega ad Antonio Scurati), di Mussolini e delle camicie nere ha scritto in seguito in modo estemporaneo, tanto ironico quanto corrosivo, smitizzandone aforisticamente gli aspetti buffoneschi e l’indole più volgare, cialtrona e purtroppo tragica. Non cavalcò l’onda del successo elaborando tomi e controtomi, non diede serialità al romanzo d’esordio parzialmente autobiografico facendolo seguire da “Tempo di ferire”, “Tempo di condannare”, “Tempo di graziare”. In ogni caso non pretese né di rispecchiare la verità né di sintetizzare negli schemi un periodo così complesso spacciandolo per storia, che pure aveva vissuto in tutte le sue fasi. E non si prese troppo sul serio, tanto da riflettere così su un critico forse particolarmente scettico sulle sue qualità letterarie premiate con lo Strega, il quale aveva scritto che lo aspettava alla seconda prova: «Sta ancora aspettando».
VENTENNIO CABARET
Aspettando invece “M.” di Joe Wright salutato da applausi e incensamenti come manifesto dell’antifascismo e baluardo della consapevolezza ammonente dell’orrore della dittatura, e avendolo poi visto diluito in quattro sezioni e otto puntate, viene da chiedersi da dove si originassero tante sperticate lodi. La fiction Sky, infiocchettata a dovere dal marketing e dal coro osannante, taglia i personaggi con l’accetta e le situazioni con lo scalpello, incasella eventi e argomenti con schematismi e didascalismi, mischia un diffuso cabaret con schegge di grandguignol (perle scene di violenza).
È una storia predigerita, fatta a polpette o a bastoncini di pesce, ripassata con quattro salti in padella dove frigge e schizza l’olio. Di ricino. Macchiette da Bagaglino sulle macchie della storia che sono untuose, viscide, e indelebili. Wright pennella l’“uomo in nero” insatirito di sesso e potere, nell’epoca degli sproloqui woke che hanno messo al bando l’“uomo nero”, seguendo un copione a tesi dalla prima all’ultima puntata, e approdando infine alla fascistizzazione dell’Italia col delitto Matteotti e la dittatura.
L’Italia e i suoi fermenti, in questo ambizioso affresco, però non c’è affatto: è uno sfondo lontano, sfumato, inghiottito dalle tinte scure e da flash psichedelici che non ravvivano il racconto né lo rendono avvincente; e neppure lo spiegano, avvitato com’è attorno alla caricatura del protagonista. La serie Sky è talmente forzata, improbabile e scontata, che può avere persino i suoi estimatori: chi ingurgita hamburger facendo il no global, chi nei salotti “buoni” elogia le delikatessen con le banalità apprese dagli chef divenuti divi della tv. Mary Poppins con un poco di zucchero mandava giù la pillola amara, per lo sciropposo “M.” basta non prenderlo troppo sul serio. O aggiungere un cucchiaino di bicarbonato.