Gli Usa a rischio di default per il mancato accordo tra partiti sul tetto del debito, la Russia attaccata nel suo territorio che minaccia la guerra nucleare mentre Prigozhin fa la più clamorosa delle fronde a Putin, la Cina con le amministrazioni locali a rischio di insolvenza generalizzato, l’ultima sfida di Erdogan in Turchia, l’Unione Europea alle prese con l’Italia inondata... Sono molti i nodi che nel mondo stanno venendo al pettine in contemporanea. «Evoluzioni che, con tutta modestia, avevo previsto nel mio libro “Stati mercati guerre”, che a giugno esce anche negli Stati Uniti per Palgrave Macmillan»: così commenta Giulio Sapelli. Economista, storico, accademico e dirigente d’azienda, già indicato nel 2018 come possibile presidente del Consiglio, ruolo che poi andò a Conte, è un’analista che si è occupato soprattutto delle trasformazioni del capitalismo, ma che anche certe dinamiche oggi al centro della guerra tra Russia e Ucraina le aveva affrontate in vari libri. «Nel mio libro avevo previsto che stavamo andando verso una instabilità crescente delle relazioni internazionali. Sottolineo il termine reazioni internazionali: non uso il termine geopolitica, perché ormai è diventato una cosa...».
Screditata?
«Lasciamo perdere. Il punto è che non ci sono più relazioni internazionali stabili. L’illusione di molti era che fosse arrivata una centralizzazione armoniosa dei sistemi capitalistici. La Cina, che è un sistema capitalistico, entra nel Wto nel 2001. La Russia ci entra dopo, ma entra anche lei. L’Europa con la Ue riesce a fare una sorta di bilanciamento di produttività tra le economie, soprattutto tra l’Europa del Nord e l’Europa del Sud, Grecia e Italia. L’ex Impero Ottomano riesce finalmente a superare le resistenze per entrare in Europa, con una versione neolaicale paradossalmente fatta da un partito con una base islamica come quello di Erdogan, che mette assieme la moschea con Atatürk, cosa mai vista prima».
E poi che è successo?
«L’aggressione all’iraq del 2003. Quell’episodio, che fece 600.000 morti, divise l’America dalla Francia e dalla Germania. Non si è riusciti a ricostruire uno Stato in Iraq e neanche a fermare la crisi siriana. Adesso arriviamo all’assurdo che Bashar Assad è stato reintegrato nella Lega Araba. Quindi il capitalismo americano adesso è diviso, come dimostra la divisione del partito repubblicano e la debolezza del partito democratico, che è costretto proprio per le divisioni al suo interno a ricandidare un ottantenne. Una cosa drammatica. Aggiungi poi che la Cina si prepara all’invasione di Taiwan, non appena hanno visto che gli americani si ritiravano dall’Afghanistan. I russi non a caso hanno invaso l’Ucraina: da buoni imperialisti come sono sempre stati. E i cinesi hanno capito che era arrivata la volta loro: gli americani si sono ritirati dall’Afghanistan, ma figurati se moriranno per Taiwan! Però i giapponesi non lo vogliono, quindi si riarmano. Il G7 in Giappone è un segnale di guerra: parliamoci chiaro! Vuol dire che lì ci si prepara alla guerra, con l’Europa in posizione subalterna, sotto gli Stati Uniti. Mentre nel 2003 l’Europa aveva avuto la forza tramite la Francia e la Germania di dire agli americani, adesso no. Sono tutti integrati nella Nato e vengono distrutti, indeboliti. Guardiamo i dati sulla recessione tedesca, per le sanzioni imposte alla Russia. Mi pare evidente. La recessione tedesca ha un marchio: il costo dell’energia adesso che non c’è più il petrolio russo. Gli americani non hanno più una classe dirigente, quindi hanno creato una crisi che sta diventando mondiale».
E l’Italia?
«Guarda l’alluvione. Certo, c’è il volto angelicale di Ursula von der Layen, che giustamente auspica l’unità nazionale. Mi fa piacere vedere abbracciarsi tutti e tre, la von der Layen, la Meloni e Bonaccini. Però poi arrivano i cavalieri dell’Apocalisse come Gentiloni che annunciano: ragazzi, il patto di stabilità resta come prima. Basta la spesa corrente. Niente spese sulla sanità. Allora vuol dire una crisi catastrofica, vuol dire che andiamo verso un aumento dela disoccupazione, vuol dire che non riusciremo ad applicare il Pnrrr, perché abbiamo distrutto le Camere di Commercio, abbiamo distrutto i Comuni, non abbiamo fatto i turnover, che vuoi di più? È finita...».
Ma che, non ha più soldi nessuno?
«No, ma ci sarebbero diversi modi per rispondere alla crisi del debito. Fino al 2003 l’Italia aveva una Cassa Depositi e Prestiti che funzionava come prestatore in ultima istanza.
Trasformata in Spa, è finita. In Germania no: hanno una Cassa Depositi e Prestiti che rimane, come in Francia, Cina o Stati Uniti. Noi non abbiamo più una banca centrale, non abbiamo più le banche centrali nazionali, e la banca centrale europea non è una banca centrale. È una special purpose entity di tipo finanziario che serve le banche, non le economie. Poi, come sappiamo bene, se non salvi le economie le banche vanno a rotoli. Ma questo loro fanno finta di non saperlo. Quindi auguri. Andate avanti così. In realtà, bisogna fare investimenti pubblici, anche se fanno debito. Perché la crescita avverrà dopo un po’ di anni di debito».
La crisi del debito Usa potrebbe creare problemi nell’appoggio all’Ucraina?
«No. L’appoggio all’Ucraina è una cosa sostantiva che segna il definitivo assorbimento dell’Europa nel complesso militare industriale statunitense. Sono finite le illusioni dei tedeschi, attraverso il rapporto privilegiato con la Cina, e dei francesi, attraverso il loro impero africano, di essere autonomi dagli Stati Uniti. L’anglosfera diventa il dominio mondiale. Siamo una base militare Usa. Per carità, meno male. Poteva anche andarci peggio, e diventare una base militare russa».
E non c’è l’alternativa al dollaro rappresentata dai Brics? La Banca dei Brics, la valuta dei Brics...
«Sono spinte che vengono da Russia e Cina, meno male che c’è il dollaro! Come si può pensare di uscirne? Sarebbe un caos monetario mondiale. Le criptovalute, abbiamo visto come sono finite?».