Perché una giovane regista si interessa alla figura di Margherita Sarfatti? Giulia Lorusso Caputi, che ha scritto e diretto il documentario sull’illustre amante del Duce – Margherita Sarfatti regina senza corona- selezionato al Marte film festival di Roma, non ha dubbi: «Mi ha colpito per la sua contemporaneità e ho voluto indagare le tante sfaccettature di un personaggio che non può essere racchiuso solo nella relazione con Mussolini».
Nel documentario parlano il pronipote di Margherita Sarfatti Andrea Costa e la nipote Ippolita Gaetani accanto a storici come Claudio Siniscalchi, giornalisti, storiche dell’arte e studiosi del Novecento: un affresco corale che restituisce una Margherita Sarfatti inquieta, coltissima, spregiudicata e ambiziosa. «Non parlava mai della sua vita passata» testimonia la nipote, documentando così la partecipazione della stessa Sarfatti a quel processo di rimozione del fascismo che ha caratterizzato il dopoguerra in Italia. Eppure rientrata in Italia dal Sud America dove si era rifugiata a causa delle leggi razziali si fece accompagnare da Indro Montanelli a Piazzale Loreto dove si era consumata la fine del dittatore che era stato suo compagno di vita a lungo ma che l’aveva liquidata in modo brutale quando, nel 1932, era entrata in scena la più giovane e malleabile Claretta Petacci.
Personalità complessa, animatrice del gruppo artistico Novecento, poliglotta, cultrice della romanità e delle forme classiche che a suo avviso costituivano l’ossatura dell’identità italiana, moglie disinibita dell’avvocato Sarfatti di lei molto più grande, Margherita fu anche una femminista ante litteram, fautrice dell’indipendenza della donna e sostenitrice della causa del voto femminile. Dal femminismo al nazionalismo al fascismo: una parabola comune ad altre personalità dell’epoca, come Teresa Labriola, figlia del filosofo Antonio, la quale vide nel fascismo una sorta di compimento del femminismo: «L’età muta della donna è finita» sosteneva Teresa «facciamo che la donna cominci a essere eloquente parlando della Patria». Come altre esponenti del fascismo femminile, ad esempio Elisa Mayer Rizzioli, Sarfatti dovette fare i conti con la gelosia e le invidie dei potenti del regime e col loro antifemminismo. Mala politica le interessava principalmente come veicolo per l’elevazione artistica della nazione e in ciò la sua visione divergeva, e parecchio da quella di Mussolini.
Durante il suo esilio volontario, sofferente per la sorte della sorella e del cognato internati e morti ad Auschwitz, Sarfatti scrive un articolo, intitolato “My fault” (La mia colpa) nel quale condanna Mussolini come traditore della rivoluzione fascista che dal socialismo aveva preso le mosse, quel socialismo dalla stessa Margherita appoggiato frequentando a Milano il salotto di Anna Kuliscioff dove aveva conosciuto il giovane Benito. Il suo travagliato percorso esistenziale, la sua capacità di essere suggeritrice di un capo rivoluzionario, di attirare attorno a sé le migliori intelligenze artistiche del primo ’900, di rappresentare un’icona di stile (era lei stessa a dettare le regole della moda del momento) la rendono figura modernissima, anche e soprattutto per le sue inevitabili contraddizioni, in particolare se si rinuncia a considerarla solo l’amante di Mussolini.
Al contrario fu colei che attraverso la biografia Dux, che ebbe uno straordinario successo in America, contribuì in modo determinante a costruire il culto della personalità di Mussolini presentandolo come condottiero e artefice di un’era nuova. Una responsabilità storica ben precisa, pagata con una damnatio memoriae solo in parte scalfita da studi più approfonditi e privi di pregiudizi, cui contribuisce anche il bel documentario di Giulia Lorusso Caputi, del tutto libero da incrostazioni ideologiche e proteso unicamente a restituirci il ritratto di una donna d’eccezione.