Padova. Il teatro dell’istituto Don Bosco è gremito di ragazzini. Sono trecento studenti di questa scuola paritaria salesiana che frequentano le classi terza, quarta e quinta superiore. C’è un silenzio che in classe si ottiene raramente. Il direttore dell’unità di Medicina legale e di Scienze forensi, il professore dell’università di Pavia Giovanni Cecchetto, è sul palco con un microfono in mano. Dietro di lui, sullo schermo, compaiono alcune immagini. «Sapete cos’hanno in comune questi quattro giovani ragazzi? La droga e me», dice, mentre proietta delle fotografie. Reali, vere. Sono scattate a quattro cadaveri di altrettanti giovani.
«Hanno la vostra età», spiega Cecchetto, «e sono finiti sul mio tavolo autoptico. Tra loro c’è chi ha assunto droga anche solo una volta nella vita. Sono morti. La mia intenzione è quella di spaventarvi». Su quei corpi segnati da una morte troppo prematura si vedono, nitidi, i dettagli anatomici che nemmeno i telefilm polizieschi passano in prima serata: ulcere gangrenose, cuori spolpati da un’endocardite, cervelli che sembrano spugne strizzate, gambe con fasciti necrotizzanti. I sedicenni, i diciottenni in prima fila non bisbigliano. Quello che stanno guardando non è né un film né un documentario. Ed è proprio questo, probabilmente, che cattura la loro attenzione.
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Un altro venerdì di proteste violente degli studenti italiani. "Della rabbia e della collera", per para...Ciò che va in scena al Don Bosco è un incontro formativo dal titolo “Le dipendenze: danni fisici e psicologici”. Sono gli atenei di Padova a di Pavia a gestire le quattro ore di lezione mattutina sui generis: niente a che vedere con gli incontri standard di sensibilizzazione, quelli che snocciolano dati, numeri e tabelle a cui oramai sono abituati pure gli adolescenti. «Se salviamo anche solo un ragazzo dal provare sostanze stupefacenti la sera con gli amici, quest’iniziativa diventa già un successo», commenta Cecchetto. Perché l’obbiettivo è esattamente quello: c’entrano niente il “terrorismo psicologico”, il “metodo choc” o una “didattica d’impatto”. C’entra, semmai, che «vedere quei corpi segnati irreversibilmente dalla droga è scioccante, ma è la verità. E la conoscenza aiuta a fare scelte consapevoli nella vita», come aggiungono suor Daniela Faggin (la direttrice del Don Bosco) e Laura Scramoncin (la dirigente scolastica).
Cecchetto e gli altri ospiti, durante il suo intervento, non si limitano a quelle foto. Nel mini-convegno dedicato ai ragazzi si parla di risvolti psicologici, delle ricadute penali legate al reato di spaccio, della responsabilità stradale, di casi giudiziari e di esperienze cliniche. L’approccio è multidisciplinare, epperò sempre scientifico, anche se fuori dalla scuola padovana qualche dubbio è destinato a sollevarlo. Bisogna sul serio ricorrere a espedienti così d’impatto per fare prevenzione su un tema sicuramente concreto (la relazione al Parlamento del 2023 sulle tossicodipendenze parla chiaro, quasi uno studente su quattro tra i quindici e i diciannove anni ha usato sostanze illegali almeno una volta, tra tutte la cannabis, nel corso della sua vita) e pericoloso?
L’insegnamento diretto qui ha pregi e svantaggi: è vero, da un lato, che le campagne antifumo degli anni Novanta con le immagini di polmoni necrotizzati stampate su cartelloni e spazi pubblicitari sono riuscite a ridurre del 20% il numero dei tabagisti con meno di diciotto anni (e questo è un bene oltre che una prova del fatto che, alle volte, questo genere di responsabilizzazione funziona), ma dall’altro lato è altrettanto certo che alcuni studi pubblicati sulla rivista Journal of adolescent health sostengono che il 15% dei giovani rischia di sviluppare reazioni persino controproducenti (ansia oppure una sorta di curiosità morbosa). «Sul web», chiosa invece al quotidiano locale Il Gazzettino il professor Guido Viel, cioè il direttore della scuola di specializzazione in Medicina legale di Padova presente anche lui all’evento del Don Bosco, «i giovani trovano qualunque tipo di contenuto e rischiano di essere disorientati. Fornire loro gli strumenti per comprendere il mondo che li circonda è fondamentale».