Luca Beatrice riesce a stupirci anche dall’aldilà. Domani, giorno in cui avrebbe festeggiato i suoi 64 anni, esce per Marsilio il suo ultimo libro, «La commedia dell’arte. Dietro le quinte del contemporaneo tra musei, mercato e provocazioni». Beatrice ricostruisce, tra l’altro, le nuove geografie del politicamente corretto, rievoca le mostre storiche che hanno rivoluzionato il sistema e la tendenza recente dei curatori a scegliere chi meglio aderisce a un teorema, a discapito della qualità. Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo in anteprima due capitoli del libro («La provocazione non abita qui» e «Un nuovo fondamentalismo»). Voi lettori ritroverete tutto di Beatrice, la scrittura diretta, il pensiero divergente, la provocazione, la corrosività, l’originalità, la contaminazione dell’arte con la letteratura, la filosofia, la musica e la cultura pop. In questo libro - che è il suo testamento letterario- Luca ci consegna un’importante eredità legata all’idea che «l’arte debba produrre più manufatti che teoremi, l’immagine dell’artista commediante che osserva la realtà, la studia, la trasfigura». Il libro sarà presentato domani a Venezia alle 18.30 nella sede della Biennale e il 16 aprile alle ore 21 al Circolo dei lettori di Torino.
Se da una parte è corretto affermare che nel Novecento si sia acuita la tendenza a produrre arte con scopo meramente provocatorio, anche nei secoli si sono registrati episodi interessanti cui si lega a doppio filo la biografia dell’artista. Il realismo, l’eccesso di verità di Caravaggio urtavano il pubblico secentesco, ma sul giudizio pesava il carattere violento e irregolare del pittore. Non a caso ogni sua mostra è oggi visitata da migliaia di persone, successo assicurato, per via di quell’atteggiamento da antesignano delle rockstar. E che dire poi del Giudizio Universale di Michelangelo con i suoi corpi assai poco santi, troppo nudi, imbraghettati per volere della Chiesa da Daniele da Volterra, passato alla storia come pittore censore di un collega ben più bravo di lui?
Sarà comunque il XX a essere ricordato come il secolo della provocazione. Nel presente, invece, l’arte sembra meno urticante e libera rispetto a una trentina di anni fa. E c’è da chiedersi se a determinati atteggiamenti il pubblico si sia abituato o se invece sia l’opera ad aver perso gli aspetti più corrosivi, oppure ancora, utilizzando l’espressione popolare, «ormai non ci stupisce più nulla». Più probabile, invece, che la provocazione si sia trasferita altrove. In questo nuovo squarcio di secolo, in particolare negli ultimi anni, temi e dibattiti si sono spostati in tutt’altre direzioni: ambiente, diritti, genere, migrazioni, disuguaglianze, rapporto con la tecnologia, naturale versus artificiale, web, collettivismo, woke, politicamente corretto, artivismo. Molte sono in verità questioni vecchie e riadattate per andar dietro alla cronaca. In diversi casi sembra di leggere le pagine dei giornali o i profili dei social e anche questa non è una novità perché l’arte ha sempre mantenuto un rapporto con la realtà, allontanandosi o avvicinandosi a seconda delle epoche. In ogni caso, per provocare l’arte deve essere urticante e andare controcorrente. Se appare assuefatta ai media e assimilata alla moda significa che ha rinunciato a tale compito. C’è dunque da chiedersi se sia ancora in grado di disturbare, urtare, scandalizzare. Non tanto e comunque in contesti diversi rispetto alle mostre.
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Il caso più recente di provocazione studiata a tavolino, fatta apposta per dividere l’opinione pubblica, è la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi nell’estate del 2024. Thomas Jolly, regista e ideatore dello show benedetto dal presidente Macron, si è difeso così dalle aspre critiche di cattivo (anzi pessimo) gusto, di ricerca dell’effetto scioccante, di aver varcato il limite della blasfemia: «Non volevo essere sovversivo [...].
Semplicemente, in Francia, abbiamo il diritto di amarci come vogliamo e con chi vogliamo [...]. Abbiamo messo in scena semplicemente le idee repubblicane di benevolenza e di inclusione». Avrebbero dovuto chiamarlo per il gay pride o per la prossima manifestazione lgbtq+, poteva dirigere una pièce teatrale e persino curare una mostra d’arte contemporanea seguendo l’estetica peraltro datata degli anni Novanta. È apparso invece inadeguato per uno spettacolo olimpico, perché lo sport è di tutti, la bellezza e l’equilibrio formale stanno alla base della sua rappresentazione. Una bellezza che scatena il desiderio di emulazione per tanti giovanissimi sportivi, per quei risultati che richiedono cura, allenamento, abnegazione, tenacia.
Una drag queen di 150 chili andava benissimo per Post Human negli anni Novanta, meno per le Olimpiadi. L’atmosfera da Muccassassina, lo storico locale gay aperto trent’anni fa a Roma, ha ispirato il sentimento dell’inaugurazione, e poiché le cose non accadono mai per caso c’è da interrogarsi sui motivi sottesi.
Anni fa Michel Houellebecq intitolò Sottomissione un romanzo che preconizzava la fine della grande cultura francese, tanto profondi sarebbero stati i cambiamenti. Il cattolicesimo avrebbe perso la centralità – L’ultima cena non è più un simbolo, ma un’immagine da meme che si può sbeffeggiare, irridere, insultare con rappresentazioni bifolche che non si trovano neppure nel peggiore cabaret – e per includere culture altre, meccanismo del consenso, si deve necessariamente abbassare il livello.
Storie violente di banlieue, transex e cocottes, la volgarità messa a regime, sgradevoli toni di voce, immagini di devastante bruttezza, il tutto per attirare gente che alla bellezza non è abituata, anzi la osteggia e la combatte con ogni forma di violenza. Subcultura invece di cultura. Tra trans barbuti e con le tette, sororité al posto di fraternité, Parigi ha vinto il premio 2024 perla più brutta e ipocrita cerimonia di ogni tempo. Voleva essere provocatoria, è risultata soltanto kitsch e volgare. Ma mentre avanza questa forma di provocazione grottesca, un nuovo fondamentalismo si afferma. È l’aspetto più retrivo che si accompagna all’ascesa della cancel culture che, insieme al politicamente corretto, tiene banco nel dibattito ormai da alcuni anni, una tendenza – manco a dirlo – partita ancora una volta dall’ambiente accademico americano molto severo e intollerante.
LA NUOVA DITTATURA
«Nel campo delle idee il clima si fa francamente irrespirabile. L’assenza di dibattito è oggi la regola, e si assiste alla moltiplicazione, nella sfera giuridica come in quella del costume, di atteggiamenti e prassi di esclusione ogni giorno più pesanti e insopportabili.» Con queste parole Alain de Benoist, il filosofo della Nouvelle Droite, descrive i pericoli di una crescente mancanza di libertà di pensiero e opinione nella società occidentale. Il politicamente corretto, che in teoria dovrebbe servire per non arrecare offesa a determinate categorie o gruppi di persone, sfocia sempre più spesso in una forma di coazione con cui si impone un ordine mentale al quale diventa obbligatorio adeguarsi. Così, da uno scopo giusto, basato sulla volontà di evitare l’offesa al prossimo, sfocia nell’impossibilità di pensare liberamente. Le opinioni devono essere plurali: escludere dal dibattito pensieri e parole significa, di fatto, impedire che si sviluppino libere opinioni. Il pensiero trova la sua espressione fondamentale nel dialogo («dia-logos»), che prevede che la ragione («logos») si costruisca attraverso («dia») lo scambio, il confronto tra due o più interlocutori. Affinché ciò accada, è necessario che i protagonisti di tale dialogo abbiano pensieri e posizioni differenti. Livellare i pensieri significa impedire il dialogo.
Del resto, come ha scritto Martin Heidegger, siamo in grado di pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, dacché siamo impossibilitati ad avere pensieri cui non corrisponde una parola. Vietare una parola, così come impedire la diffusione di un’immagine, significa bloccare un pensiero. Questa dinamica ha pesanti ripercussioni sulla cultura, ed è facile constatare come la grande arte non si sia mai preoccupata di essere inclusiva o rispettosa di ogni categoria e minoranza. Non lo fu Dante nei confronti dei musulmani – il profeta Maometto viene messo all’Inferno, tra i seminatori di discordia –, non lo fu Caravaggio, che nella Buona ventura sceglie una zingara per rappresentare un furto, dando prova di un luogo comune che certo non appartiene soltanto ai nostri tempi, e non lo fu, più vicino ai giorni nostri, Louis-Ferdinand Céline con il suo palese antisemitismo. Oltre a rendere il clima culturale irrespirabile, questa forma di fondamentalismo ha generato grotteschi casi di autocastrazione anche nella cultura italiana.
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Emblematico quanto accaduto a Roma nel 2016 per la visita ufficiale del presidente iraniano Hassan Rohani, quando qualcuno diede l’ordine di coprire le statue dei Musei capitolini, perché le nudità avrebbero arrecato chissà quale offesa alla sensibilità dell’ospite. Durissime furono le parole del senatore Maurizio Gasparri, che parlò di «prostituzione culturale» e presentò un’interrogazione al presidente del Consiglio Matteo Renzi e al ministro della Cultura Dario Franceschini affinché fossero resi noti i nomi dei responsabili (con le sue parole, «tutti i nomi della banda di idioti che ha ordinato la copertura di statue...»).
Di provvedimenti assurdi e ridicoli sono piene le cronache, e colpisce la cieca ottusità con cui questa linea viene imposta nell’ambito di internet e dei social network, dove si mettono al bando parole che, pena il ban permanente, vengono vietate a prescindere dal contesto. L’ottusità dell’algoritmo fa sì che le immagini di certi dipinti vengano automaticamente oscurate per la nudità che mostrano (anche se si tratta di un mezzo capezzolo di un vecchio ed emaciato san Girolamo dipinto nel 1640!). Questa mentalità, che produce il suo impatto più evidente nel discorso mediatico, ha pesanti ripercussioni anche sul piano della produzione artistica che, giorno dopo giorno, ne esce sempre più indebolita e banalizzata.
Come se il politicamente corretto non fosse già abbastanza dannoso, in tempi recenti – soprattutto dal 2017 in poi – si è cominciato a parlare con insistenza di cancel culture. In un primo momento con tale locuzione ci si riferiva a quelle forme di protesta contro qualcuno che, oggetto di critiche e inappellabili giudizi, veniva estromesso dal dibattito pubblico. Ben presto, però, il termine ha preso a indicare anche gli attacchi rivolti verso monumenti di personaggi storici ritenuti irricevibili dal clima culturale attuale, o opere di cui adesso viene giudicato inopportuno il contenuto. Il risultato di questa follia è una pericolosa limitazione della libera diffusione del patrimonio culturale.
Non sembra avventato quindi interpretare questo fenomeno come l’ultima evoluzione del politicamente corretto e come una dinamica che coincide con la volontà malata di riscrivere il passato: non solo un controllo su parole, pensieri e immagini del presente, ma anche il tentativo di riscrivere la storia, eliminando le tracce che ha lasciato dietro di sé. A fare le spese di questo clima di intolleranza sono state anche opere fondamentali della produzione artistica e letteraria. La furia della cancellazione ha colpito diverse forme di espressione culturale, tra cui la cinematografia (è toccato a capolavori come Apocalypse Now o Ultimo tango a Parigi, ma anche a innocui cartoni animati come Gli aristogatti e Dumbo), la letteratura (vietati alcuni testi di Dante, di Shakespeare, di Dickens e della Woolf) e l’arte figurativa, impedendo l’esposizione e la riproduzione di dipinti e sculture. Negli Stati Uniti si sono verificate le censure più consistenti. Per fare solo alcuni esempi, si pensi a quanto compiuto da Matt Krause, membro repubblicano della Camera dei rappresentanti del Texas, a dimostrazione che su questa follia censoria non c’è poi così tanta differenza tra conservatori e progressisti. Krause ha disposto che oltre ottocento testi fossero inseriti in una lista nera, messi all’indice perché ritenuti politicamente scorretti.
FOLLI CENSURE
Le avventure di Huckleberry Finn, capolavoro di Mark Twain, è stato eliminato da contesti accademici e culturali per il linguaggio ritenuto razzista; Peter Pan è stato vietato ai bambini dalla Public Library di Toronto; una scuola del Tennessee ha messo all’indice una graphic novel di Art Spiegelman perché disegnava l’Olocausto mostrando immagini di nudo e di violenza. Il fanatismo del politicamente corretto si è scagliato addirittura contro le Metamorfosi di Ovidio, criticate da parte di studenti che, equivocando il profondo significato allegorico degli episodi descritti, hanno scambiato il testo per un «manuale di stupro». Il conflitto russo-ucraino ha dato nuova linfa alle censure della cancel culture.
È così accaduto che si impedisse la diffusione di opere solo perché appartenenti alla tradizione russa. Non per motivi di contenuto, ma per una forma di pregiudizio secondo cui una guerra delegittima di default l’intera produzione culturale di un popolo, come se tutti gli scrittori o i musicisti russi fossero dei militari putiniani opposti al resto del mondo. Ciò mostra anche come la cancel culture sia un diffuso modus operandi al servizio di svariate cause: il razzismo, l’omofobia, la colonizzazione, il femminismo, l’ambientalismo.
Dall’unione tra una battaglia – spesso giusta – per il riconoscimento di un diritto e l’oltranzismo della cultura della cancellazione scaturiscono esiti a volte paradossali (come i claudicanti e antimeritocratici tentativi di scrivere una nuova storia dell’arte occidentale tutta al femminile, con mediocri esponenti che, per far numero, vengono innalzate a geni della pittura senza esserlo affatto). Nel delirio di intransigenza di chi vuol essere più realista del re, qualcuno ha pensato di censurare opere perla condotta di vita di chi le ha realizzate. Così, spostando il giudizio dalla creazione all’esecutore, è stato assaltato anche un altro principio fondamentale della materia artistica, quello per cui l’opera ha una vita autonoma rispetto al suo creatore.
Assecondando questa follia si dovrebbero far sparire le opere di Caravaggio – rissoso, sessuomane e assassino –, bruciare i libri di Philip Roth, la cui misoginia è oggetto di dibattito, vietare le più belle poesie di Pasolini, che ebbe rapporti omosessuali con minorenni, censurare i capolavori di Picasso, sulle cui contraddizioni private ci giungono varie testimonianze. Di sicuro è stato vittima di censura Woody Allen, la cui autobiografia A proposito di niente tra il 2019 e il 2020 non fu pubblicata in America e stralciata dal catalogo francese Hachette, uscendo invece in Italia per La Nave di Teseo.
In svariate occasioni i fanatici della cancellazione si sono scagliati contro monumenti e insegne, talora ottenendone la rimozione o la distruzione. Non più, dunque, battaglie ideologiche per impedire la diffusione di film, romanzi, opere teatrali, ma l’attacco fisico e diretto contro oggetti inanimati che, in quanto tali, non hanno alcuna colpa, neppure il valore simbolico. Si tratta del punto più basso a cui il delirio inquisitorio del politicamente corretto può arrivare, generando un modello comportamentale che, solo pochi anni fa, era considerato appannaggio di terroristi fondamentalisti o di violente dittature teocratiche.
SPETTACOLO IMPIETOSO
La lista degli esempi sarebbe lunghissima e non resta che assistere allo spettacolo impietoso di statue vandalizzate, smontate, imbrattate e poi abbattute, come il monumento equestre di Theodore Roosevelt rimosso dall’American Museum of Natural History di New York e «spedito» in North Dakota dove forse sono più tolleranti, o le tre statue raffiguranti Cristoforo Colombo vergognosamente divelte da un parco pubblico a Chicago. Impossibile non guardare a questa manifestazione di oltranzismo come all’arroganza con cui l’uomo contemporaneo, fanatico adepto della religione del presente assoluto, si volge al passato senza alcun rispetto. Un atteggiamento, questo, che nella cultura classica sarebbe stato considerato una grave forma di hybris, da parte di chi, noncurante del naturale corso delle cose, si scaglia contro la storia. Questa tendenza ha generato un vivo dibattito che si è esteso a macchia d’olio, dalla chiacchiera da bar, ai principali canali mediatici, al contesto accademico. (...).