Da Atene alla nascita degli States: la corruzione ha creato il mondo

Il saggio che mostra come il fenomeno, da Atene agli Usa, abbia forgiato la storia. Nel bene e nel male
di Giuseppe De Ritamartedì 25 marzo 2025
Da Atene alla nascita degli States: la corruzione ha creato il mondo
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Per concessione dell’autore Luigi Grassia e dell’editore Mimesis pubblichiamo la prefazione di Giuseppe De Rita al libro «Corruzione: e se servisse? I suoi apologeti da Cicerone a Hamilton (passando per Cavour, Giolitti, Mattei e Craxi). Un saggio che esplora il tema della corruzione che «in certi casi può risultare utile alla collettivita o rivelarsi il male minore».

Fiumi di parole hanno descritto, interpretato, condannato la sfuggente realtà della “corruzione”; basta solo riandare alle migliaia di pagine a stampa o di ore televisive destinate negli ultimi decenni al fenomeno, specialmente in Italia, patria putativa di molti mariuoli e di pochi nobili spazzacorrotti.

In Italia ha quasi sempre vinto una visione della corruzione da magistrati penali e da titolisti scandalistici, che riempie il dibattito delle opinioni e poi decade, lasciando quasi sempre le cose come erano prima, magari peggiorate. Ma collocare la corruzione esclusivamente in un recinto penale significa non capire che è spesso un elemento interno a più ampi processi (di dialettica sociale, di rivoluzione, di formazione di nuovi Stati, di guerre locali, eccetera). Purtroppo, il riduzionismo etico della corruzione «impedisce di vedere le uniformità sociali rispetto ai fatti»; frase splendida di Giulio Sapelli, non inferiore alla più famosa affermazione di Joseph Nye che «la corruzione è un fenomeno troppo importante per lasciarlo in mano ai moralisti».

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LA NASCITA DEGLI STATES
Basta leggere le pagine di Grassia per avere conferma di quanti fatti (episodi storici, crisi politiche, innovazioni istituzionali, ecc.) hanno avuto dentro di sé episodi e meccanismi di corruzione: nell’incipt di questo libro si cita l’atto di nascita degli Stati Uniti che coincise con una gigantesca speculazione, «una vera e propria vergogna nazionale»; poi si ricorda come la gloriosa italica impresa dei Mille fosse stata «agevolata da emissari di Cavour che percorsero il Mezzogiorno comprando a peso d’oro le persone più influenti», così come, ottanta anni dopo, lo sbarco degli americani in Sicilia nel 1943 fu favorito da un tacito ma ben articolato accordo con il mondo mafioso d’Oltreoceano.

Uscendo poi dalle troppo chiacchierate esperienze italiane, l’autore ricorda che i Romani si difesero da un attacco dei Vandali comprando a peso d’oro gli Alani, alleati dei Vandali, specialmente i capi della loro cavalleria; del resto anche i Greci dell’Antichità aveva conosciuto la corruzione, se si dà retta a Plutarco che scrive che Pericle «con donazioni di denaro pubblico corruppe la moltitudine e ne usò la forza contro l’areopago» (in un’Atene, del resto, in cui le sentenze nei tribunali erano in vendita al migliore offerente).

Ma è naturale anche (e utilissimo) ricordare le pagine che Grassia riserva alle vicende americane: non solo all’iniziale scandalo finanziario, ma specialmente alla storia e funzione di Tammany Hall, esempio preclaro di un’associazione politico-elettorale-clientelare che nei suoi 170 anni di vita ha usato manganelli, pistole, ricatti, metodi mafiosi e corruzione, ma ha comunque integrato milioni di immigrati nella normale dinamica economica e civile degli Stati Uniti. E passando ad altro continente, Grassia ricorda come la transizione del Sudafrica dall’apartheid alla democrazia (che avrebbe potuto scatenare una lotta mortale ben più estesa fra neri e bianchi) fu portata avanti anche con un uso limitato e ben mirato della corruzione, in base al criterio che sia per i bianchi sia per i neri «era meglio spartire il potere ed ereditare intatto un paese ricco che uccidersi sulle macerie della battaglia etnica».

E tornando in pagine successive all’Europa, Grassia si spinge a stimare che nel primo dopoguerra (1920-’30) mentre alcune nazioni europee si diedero al fascismo (Italia, Germania, Spagna) altre (Regno Unito, Francia, Paesi Bassi e Belgio) riuscirono ad evitare tale destino, perché il possesso di vasti e ricchi imperi coloniali, con il loro surplus economico, permetteva sia delle valvole di collocazione sociale ed esistenziale degli scontenti interni («i più inclini a menar le mani») sia più generalmente di «comprare l’acquisizione dei potenziali oppositori politici».

Ho richiamato, quasi con le stesse parole dell’autore, gli esempi più noti di corruzione che diventano parti integranti di processi sociali, addirittura di processi storici. E ho visto confermata quella iniziale sensazione che il suo lavoro finisce per essere significativo di verità più profonde, che spesso sfuggono alla facile tentazione di ridurre tutto a una immorale vicenda di comprati e venduti.

«POLITEISMO CULTURALE»
Rileggendo le pagine di Grassia si avverte una grande sensazione di libertà intellettuale, legata verosimilmente alla presa d’atto che la corruzione non è una devianza di un singolo contro la regolarità del sistema, ma è una delle componenti dell’evoluzione del sistema. Se mi si passa il termine, la corruzione fa parte del «politeismo culturale» (e spesso anche etico) delle società più avanzate, siano esse le società oligarchiche (che tanto piacevano ad Alexander Hamilton) o siano invece le società industrialmente “libertine” in cui ci si concedono più libere dinamiche e dialettiche culturali e politiche (e che tanto attraevano Thomas Jefferson, personaggio mitico anche aldilà della sua ambiguità personale: era un proprietario di schiavi ma ha contribuito a edificare un grande paese moderno).

E qui entra in campo la capacità di Grassia di stagliare i grandi personaggi storici: in primo luogo appunto Jefferson, così intriso di rivoluzione francese; e poi Filippo Mazzei, cui sono destinate le ultime pagine del volume, una “nota biografica” di sconosciuto personaggio della grande storia europea, prima, durante e dopo il picco della rivoluzione francese. Un prefatore dovrebbe astenersi dal consigliare singoli parti di un testo, ma consiglio a tutti le godibili pagine destinate a Mazzei, l’unico italiano che contribuì a scrivere, con la solenne frase «tutti gli uomini sono nati eguali» la grande Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti; sono proprio di “pronta beva” ma di grande retrogusto. 

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