Andrea Sempio, "il nodo del computer": perché può cambiare tutto

di Claudia Osmettimartedì 25 marzo 2025
Andrea Sempio, "il nodo del computer": perché può cambiare tutto
4' di lettura

Uno zainetto sulle spalle e la giacca a vento nero. I capelli biondi tagliati corti. Le telecamere della trasmissione tivù Mattino cinque intercettano Alberto Stasi fuori dal carcere milanese di Bollate. È appena uscito per andare al lavoro: dal gennaio del 2023, infatti, può lasciare il penitenziario per svolgere altrove mansioni contabili e amministrative, una misura decisa per buona condotta. Sorride. Sembra leggermente infastidito, ma usa un tono pacato: «Se è stato trovato del dna di Andrea Sempio sotto le unghie di Chiara ci sarà un motivo e quindi bisognerà approfondire tutto», dice. Da qualche settimana non si parla altro che del “caso Garlasco”. Di quell’omicidio di diciotto anni fa, nella cittadina del Pavese, per cui Stasi è stato condannato in via definitiva a sedici anni di detenzione anche se a breve potrebbe beneficiare del regime di semilibertà. «Sto bene, grazie», risponde alla cronista che lo ferma per qualche istante, «ma per favore fammi andare che non ho molto tempo». Le condizioni per poter lavorare all’esterno sono assai stringenti.

Eppure il fidanzato di Chiara che all’epoca dei fatti aveva appena 23 anni e oggi ne ha 41, subito dopo, anche in virtù di una certa insistenza da parte dell’inviata televisiva che lo incalza con una domanda diretta («Continui a professarti innocente» per il delitto?), ribadisce: «Sì, certo». Specifica anche che con Sempio «non si siamo mai conosciuti». Affermazioni brevi, tuttavia puntuali. Che vengono subito riprese dai media e che non passano inosservate. Ambienti vicini alla magistratura di sorveglianza, riportano le agenzia di stampa, fanno notare che a Stasi converrebbe non fare dichiarazioni proprio in relazione alla possibilità che ha di lasciare Bollate con la semilibertà (domanda che, peraltro, non ha ancora ufficialmente presentato).

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C’è un precedente, quello di Salvatore Parolisi, condannato in corte di Cassazione a vent’anni per l’assassinio della moglie Melania Rea avvenuto il 18 aprile del 2011 con 35 coltellate e il cui cadavere è stato ritrovato abbandonato in un bosco in provincia di Teramo. A Parolisi, qualche anno fa, sono stati revocati i permessi a seguito di un’intervista nella quale ha svalutato il processo, il percorso di reinserimento e la figura della donna. Tra i requisiti che il tribunale di sorveglianza valuta per concedere la semilibertà, appunto, c’è anche la “resipiscenza”, che significa l’aver compreso il proprio sbaglio: qualora un detenuto mostri una scarsa rivisitazione del gesto che lo ha portato agli arresti e per il quale sta scontando una pena, potrebbe vedersi respingere una richiesta in questo senso. Stasi, parlando coi giornalisti e continuando a dichiararsi innocente, al di là del suo diritto a definirsi come meglio crede, potrebbe allora incappare proprio in un ostacolo simile e per giunta ora che potrebbe instradarsi in un legittimo percorso di reinserimento.

Le nuove indagini sull’omicidio Poggi ruotano (ancora) su quelle tracce di dna per cui Sempio, la settimana scorsa, è stato sottoposto al prelievo coatto e al tampone nella sede della Scientifica dei carabinieri di Milano. Sempio, amico di Marco, il fratello della vittima, non ha mai nascosto di aver usato lo stesso computer che utilizzava anche Chiara per giocare: è già stato indagato, nel 2017, ma la sua posizione, allora, è stata archiviata. Ora è accusato di omicidio in concorso (con ignoti oppure proprio con Stasi) e ha ricevuto un avviso di garanzia lo scorso 11 marzo con la motivazione di nuovi esami di laboratorio svolti sul dna ritrovato sotto le unghie della ragazza. Il nodo del computer non è marginale: primo perché nel 2007 è stato analizzato solo per la parte informatica, ma non ha mai subito alcun test genetico (il che significa che non è possibile sapere se sopra ci fosse o meno il dna si Sempio), e secondo perché dopo la sentenza passata in giudicato di Stasi è stato (come avviene spesso) dissequestrato e riconsegnato alla famiglia Poggi, il che porta al rischio che anche se nessuno lo avesse più toccato non si può dimostrare scientificamente che non sia stato compromesso da una qualsiasi forma di contaminazione.

C’è infine un altro elemento che racconta il quotidiano Il Tempo ed è quello di una telefonata (dichiarata ai carabinieri già diciotto anni fa ma su cui nessuno, all’epoca, ha approfondito) che avrebbe ricevuto un giovane di Garlasco poco dopo l’ora stimata dell’omicidio: «Ho aperto la comunicazione e ho sentito una voce femminile che disperata diceva: “È morta, aveva solo 25 anni, era a casa da sola”. Non avendo riconosciuto la voce ho chiesto chi parlava e allora ho sentito la frase: “Andrea, aiutami”. Rispondevo che io non ero Andrea ma Alessandro e chiedevo chi fosse al telefono». Andrea, lo stesso nome di Sempio.