Modena, nasce la scuola di Fallimento: come insegna a rilanciarsi dai flop

di Alessandro Dell'Ortomercoledì 28 febbraio 2024
Modena, nasce la scuola di Fallimento: come insegna a rilanciarsi dai flop
5' di lettura

Michael Jordan - 61 anni, miglior giocatore di basket di tutti i tempi e leggenda dell’Nba - ha vinto come nessuno. Ha incantato. Ha scritto la storia. Eppure, se gli chiedete quale sia stato il segreto della sua inarrivabile carriera, vi risponderà: «La chiave del successo è il fallimento. Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto». Concetti che a noi fanno un po’ sorridere e sembrano forzati, ma che in America sono la base per qualsiasi aspetto della vita, che sia il lavoro, l’amore, le relazioni. Anzi, chi non ha fallito negli Usa viene visto quasi con sospetto - come dire che non ha esperienza - ed è proprio il contrario di quanto siamo abituati a fare noi che spesso ci blocchiamo dopo un errore, fuggiamo, ci sentiamo inadeguati e non sappiamo ripartire.

Ecco perché in Italia è nata la “Scuola di Fallimento” - unica nel suo genere - “la prima dove impari a superare la paura di fallire per disegnare il tuo successo”, come viene spiegato sul sito. A idearla e lanciarla è stata, nel 2017, Francesca Corrado, 42 anni, economista, ricercatrice scrittrice e fondatrice di Play Res (una realtà che si occupa di ricerca e promozione del gioco in tutte le sue forme: da tavolo, videogioco, di simulazione, di ruolo). La quale, fino a poco tempo prima, aveva una vita intensa e ricca di soddisfazioni, aveva fondato una start up che si occupava di formazione e consulenza per aziende, insegnava “storia del pensiero economico” all’università di Modena e conviveva felicemente.

TRACOLLO E RINASCITA

«Ma nel 2015, improvvisamente, nel giro di due mesi, ho perso tutto. La start up è stata liquidata, il fidanzato mi ha mollata e sono rimasta senza casa, il contratto all’università non è stato rinnovato. Mi vergognavo così tanto che per sei mesi non l’ho raccontato a nessuno, prendevo scuse. Poi sono tornata a Crotone dai miei e ho trovato mio padre, malato di Alzheimer, che si era aggravato. Nell’assisterlo mi sono resa conto che nella vita ci sono cose che si perdono per sempre, come la sua memoria, ma che altre si possono riconquistare. E proprio la sua malattia mi ha aiutata a capire che stavo osservando la mia vita da un’angolazione sbagliata.

Così è nato il desiderio di rimettere in discussione le mie certezze e i miei errori, per cui ho ideato un percorso che fosse utile a me e che attingesse alle ultime ricerche nel campo delle neuroscienze e della psicologia, del gioco, del teatro e dello sport. A me è servito e allora ho capito che poteva essere un modo per aiutare anche gli altri a superare i fallimenti, a vederli come opportunità di crescita personale e professionale, per riprendere il controllo della propria vita in un momento di down». Francesca è rinata e la scuola è decollata («Dopo il Covid abbiamo tenuto circa 100 corsi l’anno e vanno da laboratori per 15 persone a quelli per 1000 persone»).

Quello proposto è un progetto formativo che insegna a sfruttare i propri sbagli, a sdrammatizzarli e considerarli non come vicoli ciechi, ma come occasioni di crescita: ecco perché il motto scelto perla scuola è “osa perdere per vincere”. Già, il fallimento. Uno smacco - per i più - un tatuaggio indelebile da nascondere. «Ma anche un tabù - precisa Francesca Corrado - e qualcosa da evitare. Pensi che a Modena c’è un negoziante che quando mi vede scappa all’interno della bottega perché pensa con porti sfiga per il lavoro che faccio». Dagli errori ci siamo passati tutti e tutti abbiamo accusato il colpo: solo in pochi, però, riescono a rilanciarsi. E ognuno reagisce in modo differente. «Il corso comincia con un test che permette di comprendere da cosa dipende la paura di sbagliare: senza conoscere il nome e il genere di appartenenza della persona che lo compila, sono in grado di capire dal risultato se si tratti di un uomo o una donna. Perché? Le femmine normalmente rimuginano sull’errore e lo vivono con un senso di colpa e con una conseguente perdita dell’autostima, mentre i maschi hanno più paura del giudizio altrui e di indisporre una persona che, a loro giudizio, è importante».

Il percorso (che prevede cinque moduli: percezione dell’errore proprio e altrui, analisi degli errori sistematici, consapevolezza, sdrammatizzazione e fiducia) si sviluppa soprattutto grazie a giochi da tavolo e al teatro dell’improvvisazione. «Sono strumenti che permettonodi apprendere più velocemente rispetto alla lettura di un testo. Il gioco è una simulazione della realtà e contiene tutti gli elementi e le difficoltà della vita di tutti i giorni, ci si diverte e nel frattempo si possono osservare le azioni e le decisioni prese. Le più strane? Quelle dei ragazzi, che temono il futuro e piuttosto che sbagliare non decidono. Spesso, a sorpresa, dicono che non gli piace più giocare o barano. E l’aspetto più preoccupante è che a farlo sono quelli che vanno benissimo a scuola».

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IL SORRISO IN CARCERE

Il corso è rivolto principalmente alle scuole (per bambini dai 5 anni in su), alle aziende, alle start up («Impossibile dire un prezzo, dipende dalle ore e dal numero di persone: in certi casi è anche gratis»), ma anche ad altre strutture che lavorano nel sociale. Come le carceri. «Una volta un detenuto, rinchiuso da 10 anni per omicidio, al primo test in cui si chiede di associare il fallimento a un colore ha risposto “nero”. Al test di fine lezione, invece, in cui si chiede di associare il fallimento a un’immagine, ha risposto “novità” sorprendendo tutti i compagni. Anche perché non l’avevano mai visto sorridere fino a quel momento». Esperienze strane, storie, rinascite. In tanti scrivono alla scuola, anche solo per avere un consiglio. «Un tizio, licenziato in malo modo, ha chiesto il nostro aiuto e alla fine è rifiorito grazie al suo hobby, che è diventato la nuova professione. Spesso molti capiscono semplicemente che devono cambiare azienda e progetti. Una ragazza universitaria, invece, mi ha contattata perché dopo un fallimento non riusciva più a fare esami, non usciva di casa, non aveva relazioni sociali. Beh, dopo qualche tempo mi ha scritto una cartolina da Londra: si era trasferita a vivere e studiare là». E là ha trovato il successo. «Che non è per forza soldi, fama o follower, ma è semplicemente quello che per ognuno è più importante». 

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