Boom dei cibi senza glutine, i prezzi vanno alle stelle (ma non a tutti fanno bene)

di Luca Puccinigiovedì 8 febbraio 2024
Boom dei cibi senza glutine, i prezzi vanno alle stelle (ma non a tutti fanno bene)
3' di lettura

Biscotti, pasta, merendine, addirittura la “farina”: tutto senza glutine. Pochi anni fa, i celiachi la spesa la facevano in farmacia: di prodotti per loro, al super, ce n’era niente. E quel che trovavano costava un salasso. Ora la situazione è cambiata, ma solo a metà: sugli scaffali dell’ipermercato, e anche dei negozietti di provincia, c’è ogni cosa, persino il panino modello hamburger. Epperò lo scontrino è salato lo stesso. Anzi, in una certa misura è pure aumentato. Nel senso che uno studio di Assotuenti condotto assieme al Crc, che è il Centro di formazione e ricerca sui consumi, certifica come, negli ultimi tre anni, gli alimenti gluten-free siano rincarati in media del 10%, con punte fino al più 23,7% nel settore dei gelati e un esborso maggiorato del 7% sulla pasta. L’inflazione, certo. Ma non solo: il report Crc-Assoutenti rileva che le differenze (di conto) più significative sono quelle in rapporto ai prodotti tradizionali. E cioè: a parità di marca, la forbice dei listini è mediamente su del 73% quando si tratta di alimenti senza glutine. Alcune fette biscottate costano il 257% in più; una scatola di biscotti viene venduta al 41,6% in più; per una confezione di pasta, che siano spaghetti o fusilli, si spende circa il 110% in più. In media, dunque, aumenti del 100% Tutta colpa del caro-spesa? Ni. C’entra soprattutto che il mercato del gluten-free è sia business che moda.

Pizza, perché questa costa 2.000 euro: esplode la bufera

Se le bottiglie d'acqua per fare l'impasto costano 60 dollari, quanto potrà costare la pizza che viene se...


«È in costante crescita» ammette Furio Truzzi, il presidente del Crc, «nel 2023 il giro d’affari ha raggiunto i 400 milioni di euro». La classica legge della domanda e dell’offerta: «Un numero sempre maggiore di cittadini sceglie il gluten-free anche in assenza di intolleranze o allergie: secondo le ultime stime il 21% degli italiani acquista e consuma abitualmente prodotti senza glutine». Il 21% degli italiani significa oltre uno su cinque, ossia (su una popolazione di circa 58 milioni di persone) ben più di 12 milioni. Ma i celiaci, quelli veri, quelli con una diagnosi, sono, seppure in crescita, secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità, appena 241.729. Qualcosa non quadra. E non quadra perché nell’ultimo periodo, complici una certa narrazione, notizie imprecise sul web e vip che l’hanno sperimentata, la dieta senza glutine è entrata in voga. Ci sembra di mangiare sano, leggero, magari anche di dimagrire. È davvero così? «Esistono due tipi di prodotti senza glutine: quelli naturali, come il grano saraceno, che, senza eccedere, vanno benissimo; e quelli industriali, sui quali occorre sempre fare la tara», racconta Giuseppe Rotilio, nutrizionista ed ex presidente dell’Inn, l’Istituto nazionale della nutrizione: «Questo secondo settore è molto difficile da controllare. Viene tolto il glutine, ma come?». Uno studio australiano di qualche anno fa ha passato in rassegna 3.200 alimenti senza glutine e ha osservato che tutti avevano valori nutrizionali e un apporto calorico in media coi cibi tradizionali. Nel migliore dei casi, per chi non è celiaco, la pasta senza glutine non è dietetica; nel peggiore non è nemmeno sana perché un consumo eccessivo, trattandosi comunque sempre di carboidrati, secondo alcune ricerche, porterebbe a un rischio di obesità. Col risultato, per giunta, che il boom di vendite non fa che aumentarne i prezzi, un doppio autogol. Da una parte chi non ne ha bisogno (stra)paga un prodotto che nemmeno gli è utile e dall’altra chi ne necessita seriamente è costretto a metter mano al portafoglio sempre di più.

Sfoglia ritirata, la "contaminazione" censurata: ecco il prodotto nel mirino

Nuovo richiamo dal ministero della Salute. Nel mirino ancora una volta due lotti di prodotti da forno. Si tratti di alim...