«Il Centro-Sud, a differenza di alcune aree del Nord, penso alla Bergamasca e al Bresciano, sta pagando l'assenza di anticorpi nella popolazione: fino a qualche settimana fa in Lazio e Campania il virus era arrivato solo marginalmente, i contagi erano pochissimi. Poi le vacanze, la ripresa delle attività lavorative e gli spostamenti tra una regione e l'altra hanno inevitabilmente rimescolato le carte. In mezza Italia la positività crescerà ancora, è normale, bisogna tenere alta la guardia, ma non spaventarsi: molti contagi provocano una malattia lieve, nulla di più, e spesso la carica virale è talmente bassa che una persona positiva non è in grado di infettare». Il professor Francesco Le Foche, immunologo clinico, responsabile del Day hospital di Immunoinfettivologia del Policlinico Umberto I di Roma, va dritto al punto: «Oggi, di fronte al quadro clinico dei pazienti, che non è minimamente paragonabile a quello di marzo, la quarantena di due settimane non ha senso. Va ridotta a 7 giorni, al massimo a 10: si fa un tampone di controllo e in caso di negatività si ricomincia a uscire e a lavorare».
Coronavirus, Matteo Bassetti a Domenica In: "Le vere cifre sui ricoveri in terapia intensiva, quello che non vi dicono"
L’Italia non sta vivendo la seconda ondata di coronavirus, ma la coda della prima. Parola di Matteo Bassetti, che ...Professore: da giorni ormai molti quotidiani e talk show parlano di «contagio fuori controllo».
«Non è corretto. D'altronde basta leggere i dati di tanti altri Paesi per rendersene conto. Cito solo Francia, Spagna e Inghilterra, che giornalmente hanno il triplo dei nostri casi. L'Italia è quasi al livello della Germania. Abbiamo reagito bene alla pandemia e stiamo continuando a farlo».
Eppure alcuni governatori pensano di richiudere le regioni. Comincia anche a farsi strada l'ipotesi di un nuovo lockdown nazionale...
«Non ce n'è bisogno e non sarebbe una decisione scientificamente logica. Così come non è serio mettere in circolazione queste notizie o rilasciare dichiarazioni allarmistiche: così si spaventa solo la gente. Si dovrebbe parlare d'altro, di cose davvero serie, di ricerche e terapie che nel giro di qualche mese permetteranno alla scienza di mettere all'angolo il virus».
A cosa si riferisce?
«Ad esempio al Nobel appena assegnato a due scienziate, una americana l'altra francese, che hanno scoperto una tecnica rivoluzionaria di "taglia e cuci" del Dna. Permetterà di curare moltissime malattie genetiche. Da noi si parla solo di tamponi, di isolamenti, di tracciamenti dei contatti, che sono aspetti importantissimi, è evidente, ma nessuno si concentra sugli anticorpi monoclonali che assieme al vaccino entro la prossima primavera cancelleranno la pandemia».
Si spieghi.
«Gli anticorpi monoclonali sono nati nel '75 grazie a una tecnica di ibridizzazione che consiste nell'incrocio di una cellula "b" rimossa dalla milza di topo e una cellula tumorale: ciò produce un ibridoma capace di generare anticorpi tutti uguali. Questo ha rivoluzionato le terapie immunologiche: i monoclonali curano leucemie, sono fondamentali in oncologia, nel trattamento delle malattie infiammatorie del grosso intestino. Nel caso specifico l'anticorpo monoclonale è un killer del Covid, si lega alla proteina "spike" e neutralizza il virus, che non riesce più a entrare nelle cellule: 48-72 ore dopo l'iniezione nel paziente il quadro clinico cambia completamente».
Sembra un vaccino...
«No, perché i monoclonali hanno una copertura di un paio di mesi, varia da persona a persona. Poi la differenza è che questa iniezione non serve a produrre anticorpi: gli anticorpi ci sono già».
Quando inizieranno a essere somministrati?
«Credo tra gennaio e febbraio. Si comincerà dai medici e dagli infermieri. Negli Stati Uniti stanno sperimentando la tecnica in almeno cinque centri di ricerca. In Italia se ne sta occupando anche lo "Spallanzani"».
E il vaccino quando arriverà? Se n'è parlato a lungo, le informazioni sono contrastanti, tanta gente sta perdendo la speranza.
«Tra marzo e aprile. Penso che ne avremo a disposizione di tre tipi: quello americano, quello russo e quello cinese. Mi sento di dire che la pandemia, almeno per come l'abbiamo conosciuta finora, non durerà ancora molto. I monoclonali e il vaccino cambieranno la storia».
A Roma ci sono file chilometriche per sottoporsi al tampone ai "drive-in".
«Purtroppo non solo a Roma. Non è civile aspettare 9-10 ore. Conosco gente che dopo mezza giornata d'attesa era sfinita, ha girato la macchina ed è tornata a casa. I tamponi dovrebbero essere più mirati e soprattutto rapidi: bisogna utilizzare il test che in 10-15 minuti dà la risposta: solo così si può a isolare i malati in tempo utile. Non è possibile tamponare la popolazione a tappeto: bisogna calibrare meglio i controlli».
Il professor Roberto Rigoli, coordinatore delle microbiologie del Veneto, ha detto a Libero che spesso per trovare traccia del virus dopo il tampone bisogna amplificare 30-35 il genoma virale e che non è corretto classificare queste persone come positive, perché non sono in grado di trasmettere il Covid. È d'accordo?
«Certo. Va detto che non tutti i laboratori indagano così a fondo, ma i protocolli andrebbero aggiornati e rivisti».