Trump non serve, l'Europa si mette i dazi da sola

Sinistra, destra, Ventotene e Casa Bianca non c'entrano: l'industria è azzoppata
di Sandro Iacomettimercoledì 26 marzo 2025
Trump non serve, l'Europa si mette i dazi da sola
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E se prima di preoccuparci dei dazi di Trump iniziassimo ad eliminare quelli che ci infliggiamo da soli? Sentite questo report di S&P sulle materie prime diffuso ieri: «Gli armatori dovranno affrontare costi crescenti nel 2025, poiché il sistema di scambio delle quote di emissione (Ets) dell’Ue inciderà sulle spese di trasporto per le navi che operano in Europa. Con il settore delle spedizioni ora incluso nell’Ets, le aziende devono acquistare quote per compensare le emissioni di CO2, il che porterà a tariffe di trasporto più elevate». E, a cascata, ad un aumento dei prezzi delle merci.

Qui non c’entrano la sinistra, la destra, l’europeismo, Ventotene, il sovranismo o il trumpismo. L’analisi è contenuta in un rapporto di S&P Global Commodity Insights che si occupa di soldi e di business, non di valori e di ideali. È una stima sul rialzo degli oneri di cui le aziende si devono far carico per ridurre la quota di Co2 prodotta dall’Europa. La quale ammonta, udite udite, al 7-8% delle emissioni planetarie.

Pensate davvero che qualcuno si stia preoccupando del restante 82% con la nostra stessa solerzia ed incoscienza? Come promemoria ricordiamo che l’Ets esteso anche al trasporto marittimo è entrato in vigore il 1° gennaio del 2024. A partire da quella data le compagnie di navigazione hanno applicato un “sovrapprezzo ETS” che viene addebitato al cliente. La direttiva europea prevede un’entrata in vigore graduale del meccanismo di tassazione. Nel 2024, le navi hanno pagato il 40% delle loro emissioni, quest’anno si passa al 70% per arrivare ad un bel 100% nel 2026.

Qualche tempo fa il tema degli autodazi della Ue è stato sollevato da Mario Draghi in maniera esplicita in un articolo sul Financial Times in cui l’ex premier ha puntato il dito sulle elevate barriere interne e gli ostacoli normativi. «Questi fattori sono molto più dannosi per la crescita di qualsiasi dazio che gli Stati Uniti potrebbero imporre, e i loro effetti negativi stanno aumentando nel tempo», ha scritto Draghi. Il quale, però, si è ben guardato dal prendere di petto le politiche green, per evitare di passare dalla parte dei cattivi.

Per carità, il sospetto che il voto europeo dello scorso giugno, la progressiva desertificazione industriale dell’automotive e il terribile affanno in cui versa il manifatturiero Ue siano tutti segnali di attenzione verso l’ambientalismo ideologico che ha imperversato durante la scorsa legislatura, in un clima di euforia generale simile a quella dei passeggeri del Titanic che ballavano sereni nel salone del transatlantico, ad un certo punto è venuto persino ad Ursula von der Leyen. Tanto è vero che tra i primi atti del suo secondo mandato c’è una serie di timidi correttivi alle ecofollie. Correzioni di rotta sufficienti?

Difficile a credersi. Prendiamo lo stop ai motori endotermici nel 2035, obiettivo che tutti ormai considerano irrealizzabile ed esiziale per l’industria dell’auto ma che Bruxelles ha deciso di lasciare immutato, per non tradire il nobile proposito della lotta al cambiamento climatico. Ecco cosa che ne pensa Emanuele Orsini, che a differenza di Draghi deve piacere solo alle imprese e non anche ai salotti buoni della politica e della finanza internazionale.

«Non sono contro l'auto elettrica ma non si cambia una tecnologia per normativa», ha spiegato il presidente di Confindustria, «l'obiettivo è quello di emettere meno, ma ricordo che l'Europa sulle emissioni è tra i migliori al mondo, il 7% a fronte di un quota di Pil mondiale del 15%. Oggi salta il patto di Parigi per gli Stati Uniti, poi c’è l'India che comunque la responsabilità sociale che noi abbiamo non ce l'ha, la Cina che ci fa le auto elettriche ha aperto l'anno scorso 100 centrali a carbone. Noi non abbiamo il litio, non abbiamo le terre rare, ma possiamo sviluppare quello che sappiamo fare come far andare il motore con il biodiesel, il biofuel purché si emetta pari, non sto dicendo che dobbiamo emettere di più». Negazionismo climatico, truce antieuropeismo, sovranismo scellerato? La sensazione è che si tratti più che altro di pragmatismo e buon senso. Merce che nel Vecchio continente sembra essere diventata più rara di quelle terre che servono a fare chip e batterie.