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Italia emarginata? No, è l'Europa dei burocrati che si sta isolando dal mondo e dal popolo

Gianluigi Paragone
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L’Europa sta escludendo se stessa, non l’Italia. Lo sta facendo rispetto a una mappa dove i vecchi Stati lasciano impronte importanti. L’impronta dell’Europa non c’è. Del resto che impronta potrebbe mai lasciare una strana creatura che si atteggia ma non è. Leggiamo sui giornali di possibili rivalse contro l’Italia, di presidenze di commissione negate all’interno del parlamento europeo come se davvero il parlamento europeo contasse qualcosa e non fosse una specie di packaging della Ue.

Leggiamo - peggio ancora - dei capricci di una non meglio definita classe dirigente europea contro l’Italia, “colpevole” di non aver rispettato quella strana liturgia per cui una volta consumate le elezioni bisogna partecipare alla grande ammucchiata: popolari, socialisti, liPelosi ha detto chiaramente a Biden di levarsi di torno altrimenti ci avrebbero pensato loro massacrandolo dall’interno), figuratevi se può mai accadere che Repubblicani e Democratici governino insieme; eppure è quello che sta accadendo in Europa: cosa accomuna i popolari con i socialisti e i verdi? Le poltrone.

 

CHI BACIA LA PANTOFOLA

A sottrarsi da questo abbraccio mortale sono state le forze più sovraniste e conservatrici, cioè quelle forze che non vogliono smontare gli Stati nazionali a favore di una sgangherata Unione europea. Dopo un mesetto a ripetere che la Meloni avrebbe dovuto baciare la pantofola della von der Leyen per completare il corso di rieducazione, è accaduto che la nostra premier ha scelto di non votare Ursula preferendo il bene nazionale agli equilibrismi di Bruxelles. Una scelta politica forte. «Ce la faranno pagare», ripetono alla noia. E in che senso? Non dandoci una presidenza o una commissione? Infilandoci nell’ennesimo processo di infrazione? Mettendoci all’angolo riempiendoci di compiti da fare a casa? Lo hanno già fatto.

L’Europa vive la sua maledizione tecnocratica e la vivrà ancor più se alla Casa Bianca dovesse vincere Donald Trump. Gli stessi che si sono imbrodati per la tedesca von der Leyen, ora si stanno sbracciando per Kamala Harris, nella speranza che la sua America formato “élite” possa prevalere su quella formato “popolo”. Non credo, anzi più aumenteranno le donazioni del fighettume hollywoodiano e più il vecchio Donald saprà intercettare gli americani. Ricordando di essere il candidato che qualcuno voleva far fuori e che chi doveva proteggerlo non lo ha difeso. Ricordando che dopo un attentato ha dimostrato come si rialza un combattente. In caso di vittoria di Trump, l’Europa si troverà fuori dal mondo che si sta costruendo e l’agenda von der Leyen fuori sincrono: torneranno dazi e protezionismi e si rivaluterà il peso dello Stato “interventista” (altrimenti la Cina sballerà completamente il gioco commerciale globale); si applicheranno misure durissime contro l’immigrazione e la sua idea fatalista che tanto fa comodo alle Ong e ai benefattori che finanziano il melting pot senza fine contro le identità; si rivedranno i rapporti di forza tra economia reale ed economia finanziaria, tra uomo e macchine.

Infine si uscirà dalle guerre con mediazioni politiche, che sono ingiuste e inique per definizione, ma sono l’unica via. E se l’Europa ritiene che l’America sbagli, allora “sfidi” politicamente l’America e metta mano al portafoglio finanziando un esercito con postura offensiva. A quel punto vediamo se basteranno i soldi per i nuovi paradigmi green. E soprattutto se i cittadini saranno d’accordo.

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