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Patocka, la lezione: libertà come cura di una Europa smarrita

di Corrado Ocone lunedì 29 gennaio 2024

3' di lettura

Anche se è passata inosservata, la pubblicazione in italiano, per il piccolo ma raffinato editore Orthotes, di Platone e l’Europa, un testo del filosofo ceco Jan Patocka, è un importante evento editoriale. Per più motivi, non tutti strettamente filosofici. O, meglio, filosofici, ma con una grande valenza politica che giunge fino a noi, cioè che parla all’oggi. Prima di tutto occorre chiedersi chi fosse Patocka, il cui nome dice forse poco al pubblico italiano. Nato nel 1907 in una colta famiglia boema, egli aveva perfezionato i suoi studi in filosofia fra Parigi e la Germania, ove era diventato allievo di Husserl e Heidegger. Ritornato a Praga, visse l’incubo prima del nazismo, che occupò la città nel 1939, e poi del comunismo, che prese il potere giusto dieci anni dopo. Essendosi rifiutato di iscriversi al Partito Comunista, Patocka perse la cattedra che nel frattempo aveva conquistato all’Università Carlo di Praga. Poté tornare ad insegnare solo nel periodo della cosiddetta “Primavera di Praga”, dal 1968 al 1972.

Bollato come “reazionario” ed allontanato di nuovo dall’accademia, fu convinto dai suoi allievi a tenere clandestinamente dei seminari di filosofia. Ad essi partecipavano ogni volta, convocati con il passaparola, circa una trentina di giovani. Il libro che ora si pubblica non è altro che la trascrizione di quei corsi che uscì come samizdat due anni dopo l’“eroica” (così l’ha definita il linguista Roman Jakobson) morte del filosofo, avvenuta nel 1977 in seguito alle percosse e allo stress di lunghi interrogatori a cui era stato sottoposto dalla polizia ceca.

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Il filosofo aveva infatti aderito, con Vàclav Havel e altri, al movimento di dissenso Charta 77, diventandone il portavoce ufficiale. Come mostra il libro ora pubblicato, l’anelito alla libertà percorre tutta la riflessione filosofica di Patocka, ma con due importanti novità rispetto ad altri autori a cui questo tema è stato caro: la libertà è in lui legata al tema dell’Europa e l’essenza dell’Europa è individuata nella capacità che questo spazio geografico-culturale ha avuto di interrogare filosoficamente il mondo, di porsi la domanda sul suo senso ponendo l’“anima” al centro della vita individuale e della stessa comunità umana. Questa storia per Patocka inizia proprio nella Grecia classica, con il Socrate-Platone che nella piazza ateniese interroga criticamente i suoi concittadini e mette in dubbio le consuetudini e i conformismi di pensiero a cui essi aderiscono più o meno inconsapevolmente. È un movimento che mette in discussione soprattutto il Potere, come la tragica morte di Socrate testimonia (la stessa sorte sarebbe toccata a Patocka, come sappiamo). «La storia dell’Europa – è scritto in queste pagine - è la storia dei tentativi di realizzare la cura dell’anima».

La crisi europea, di cui il materialismo marxista e il comunismo realizzato rappresentano l’acme, è perciò prima di tutto una crisi spirituale. Patocka parla di una “post-Europa”, positivistica e materialistica, dominata dalla Tecnica, che ha preso il sopravvento e tradito la più schietta eredità europea. Questa post-Europa, in preda a un delirio prometeico, non può che portare alla tirannia e alla soppressione della libertà. «I Greci, i filosofi, presso i quali lo spirito greco si esprime in modo più acuto, hanno definito la libertà umana come cura dell’anima». Oggi invece predomina una concezione del mondo in cui l’uomo si sente «in una condizione simile a quella di un dio - indipendentemente dalla brevità della sua vita e dalla sua finitezza». Patocka resta legato, in fondo, alla convinzione che, nella sua interpretazione, fu di Platone, cioè che «il principio di libertà è il più potente del mondo». Potremmo dire che per lui è possibile e necessario riannodare i fili interrotti di quell’Europa classica che è stata calpestata nelle tragiche vicende del Novecento (di cui in quegli stessi anni egli si fa fine esegeta nei Saggi eretici, un altro importante volume uscito in clandestinità). Il suo impegno in Charta 77 va visto in questo senso. Esso ci fa anche pensare al “tradimento” che i sopravvissuti di quel gruppo hanno visto consumarsi il giorno in cui si sono ricongiunti all’Europa occidentale. Dove erano quei principi per cui si erano battuti? E le istituzioni europee non avevano un che di simile, ovviamente in diverso grado e tonalità, a quelle che si erano lasciate alle spalle dei Paesi del cosiddetto “socialismo reale”?

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