Trale evenienze più curiose dei tempi pazziin cui viviamo va registrata l’insorgenza della bizzarra categoria degli eurolirici alla pechinese. Scherzo? Mica tanto: si tratta di personalità politiche di peso, di analisti ritenuti autorevoli, di protagonisti del sistema mediatico, che per un verso invocano “più Europa” e per altro verso - in odio a Trump - levano cori di elogio verso la Cina, invitando l’Ue a guardare all’Estremo Oriente e contemporaneamente incoraggiando l’Estremo Oriente a una penetrazione sempre più prepotente qui da noi.
Da Romano Prodi (capofila di questa scuola di pensiero) a Nathalie Tocci, passando per Federico Fubini, il ventaglio delle opzioni è largo: qualcuno auspica, qualcuno descrive, qualcun altro paventa o avvisa. Ma - con lenti più o meno rosa- è sempre più vasta la schiera di coloro che immaginano o ritengono inevitabile una torsione verso l’Asia, e in particolare verso Pechino, del nostro orientamento economico e a quel punto anche geopolitico.
Ora, che l’Italia debba cercare altri sbocchi commerciali è non solo pacifico ma addirittura doveroso, ci mancherebbe. Tutto il mondo vuole “vestire italiano”, “mangiare italiano”, “bere italiano”, “arredare italiano”: ed è dunque sacrosanto sfruttare ogni possibile opportunità di libero commercio a favore delle nostre imprese esportatrici. Ma è abbastanza surreale immaginare - per questa via- di sostituire l’immenso mercato nordamericano, o pensare comunque di poterne fare a meno. Ancora più folle il viceversa, sul piano delle nostre importazioni o dei nostri consumi: qualcuno sano di mente pensa di fare a meno dei telefonini prodotti in America?
O di tutti i canali social (da Facebook a X a Instagram)? O di rinunciare alla messaggistica di Whatsapp? Davvero si propone un grande ritorno al piccione viaggiatore? Roba da matti.
E allora c’è dell’altro, e vale anche per le considerazioni in materia di sicurezza e difesa. Troppi insistono (le parole-chiave che svelano le loro intenzioni sono: “autonomia strategica dell’Europa”) su un’Ue anche geopoliticamente e militarmente “terza” tra Nato e potenze asiatiche. Sarebbe un errore colossale, che ci renderebbe pericolosamente ambigui nella grande partita strategica dei prossimi anni, quella tra Washington e Pechino, tra Occidente e fronte dei Brics egemonizzato dalla Cina.
Certo che Donald Trump nonè un interlocutore facile. E ci verrò subito, anche indicando quello che mi pare un punto largamente sottovalutato dalla Casa Bianca: proprio alcune mosse trumpiane, pur comprensibili in base alle sue promesse elettorali e pur gradite alla sua base, rischiano di “facilitare” il lavoro di Pechino. Rendendo gli Usa meno centrali, e consentendo alle furbe manovre tattiche cinesi di offrire un’interlocuzione a chi si sente “abbandonato” dall’ombrello americano.
Trump- dunque- farà bene a riflettere su questo punto, che gli è stato onestamente e chiaramente posto dal Wall Street Journal (non certo un quotidiano progressista). Ma - simmetricamente- da questo lato dell’Atlantico una serie di soggetti devono evitare di usare le spigolosità di Trump come alibi per sottrarsi - loro - alla lealtà occidentale e infilarsi nell’area geoeconomica e geostrategica che Pechino punta a egemonizzare. Non giriamoci intorno. Pechino già festeggia per la follia del green deal europeo, che ci renderà strutturalmente dipendenti dalla Cina. Sarebbe il caso di evitare altri regali, spontanei o “spintanei” che siano. In questo senso, è veramente risibile leggere - come abbiamo dovuto fare ieri- che la prossima visita a Roma del vicepresidente americano Vance sarebbe una “trappola”, qualcosa che minerebbe la compattezza europea. Ah sì? Quindi Giorgia Meloni dovrebbe rifiutarsi di interloquire con la Casa Bianca? Non scherziamo, per favore.