Per capire chi è Donald Trump e dove vuole portare l’America, è forse opportuno far riferimento ad una vecchia categoria gramsciana, quella di “blocco sociale”. A quali classi parla il 47° presidente degli Stati Uniti? Due flashback ci aiutano a rispondere. Il primo risale a più di due mesi fa, a quel 20 gennaio in cui Trump si insediò ufficialmente. Fra le presenze all’Inauguration Day, fra i pochi capi di stato e governo stranieri invitati, spiccavano quelle dei maggiori rappresentanti delle Big Tech della Silicon Valley: non solo Elon Musk e Peter Thiel, ma anche i “neoconvertiti” al verbo trumpiano come Jeff Bezos e Mark Zuckerberg.
In quell’occasione, una sinistra superficiale che non sa più capire il mondo che la circonda gridò al governo dei ricchi, ad una nuova oligarchia di potenti e benestanti che avrebbero sottomesso tutti coloro che non facevano parte della loro cerchia. Facciamo ora un salto al 2 aprile, spostandoci di qualche metro: dalla Rotonda del Campidoglio al Giardino delle Rose. È il cosiddetto “Liberation Day”, il giorno in cui Trump annuncia i dazi commerciali imposti alle esportazioni straniere in America.
Ad ascoltarlo, di fronte al piccolo palco, il presidente ha voluto operai con casco e divisa. Uno di loro, in pensione, è stato anche chiamato a parlare. In sostanza, le due istantanee hanno come protagonisti due mondi che in apparenza sembrerebbero diversi e distanti: da una parte, la nuova economia e la tecnica più avveniristica, proiettata su futuri visionari; dall’altra, la vecchia economia delle fabbriche fordiste e della manifattura diffusa.
L’alleanza sociale che di fatto Trump vuole creare si fonda proprio su questa miscela che mette insieme il grande capitale e gli operai: coloro che un tempo si sarebbero chiamati i “vincenti della globalizzazione” e la classe medio-bassa abbandonata e dimenticata. Due mondi che il vicepresidente Vance, scelto non a caso, unisce nella sua stessa biografia. La prima considerazione da fare è che quelli che fanno parte del cerchio trumpiano non sono ricchi qualsiasi: sono prima di tutto degli innovatori, delle personalità che hanno accumulato la loro fortuna nel corso di una sola generazione, unendo insieme preparazione intellettuale, visionaria immaginazione e capacità di fare affari. Spesso provenivano da ceti sociali svantaggiati. Insomma, si sono fatti da soli, anche grazie ad un ambiente che li ha protetti e non vessati (ad esempio, con tassazioni e regolamentazioni eccessive). In sostanza, essi rappresentano, con la loro stessa biografia, la realizzazione del “sogno americano”, il collante che tutto sommato ha sempre tenuta unita la nazione, anche nei suoi ceti più bassi. L’operaio delle fabbriche di Detroit sapeva, fino a ieri l’altro, che con il suo sacrificio e il suo lavoro avrebbe potuto aspirare a far parte di una classe media benestante e che i suoi stessi figli avrebbero un giorno potuto persino arricchirsi vivendo in una terra di opportunità.
Gli stessi immigrati non erano parassitari, come sono spesso quelli odierni, ma aspiravano prima di tutto a realizzarsi. Con la crisi degli ultimi anni quell’operaio si è impoverito e l’ascensore sociale si è quasi del tutto fermato. Il partito democratico, che un tempo era integrato nella “ideologia” americana, si è perso dietro le chimere della cultura woke, dei diritti delle minoranze. I suoi ceti di riferimento non sono più quelli di un tempo, ma gli intellettuali e benestanti che vivono di rendita. Col risultato che la stessa cultura universitaria si è impoverita e ha perso quella forza propulsiva che un tempo aveva.
Oggi cultura e innovazione si sviluppano più nelle Big Tech che non nei tradizionali campus di élite, che forse non a caso Trump sta punendo anche economicamente. Insomma, le ricette trumpiane possono essere errate o contraddittorie, controproducenti persino, ma quale sia il suo “blocco sociale” e quale la sua “ideologia” di riferimento è fin troppo chiaro.