Dazi, ecco chi brinda per le tariffe di Trump

Fanno festa i nemici del liberismo e dell’Occidente. Ma anche alcuni Paesi meno colpiti
di Carlo Nicolatosabato 5 aprile 2025
Dazi, ecco chi brinda per le tariffe di Trump
3' di lettura

I dazi di Trump non hanno seminato solo sconcerto, panico e disperazione: in Italia come in Germania, per non dire di Londra, Pechino fino alle Filippine, al Messico e al Canada, c’è chi ha accolto la notizia con una certa soddisfazione, chi non ci vede nulla di disastroso, anzi la ritiene un’opportunità, e chi alla mal parata gode perché il vicino o comunque l’odiato rivale è stato punito con tariffe più elevate.

Da noi il capofila della corrente del “ve l’avevo detto” è l’economista presidente dell’associazione “Patria e Costituzione”, Stefano Fassina, che in un articolo sul Fatto quotidiano sottolinea come i dazi di Trump II, così come la Brexit o «l’impennata delle destre nazionaliste e razziste ovunque nel nostro continente», sono la conseguenza dell’insostenibilità della «regolazione liberista dei movimenti di capitali, servizi, merci e persone nei mercati globali e nell’ancora più feroce mercato unico europeo». Lavoratori e classi medie, scrive Fassina, sono in rivolta, «chiedono protezione sociale e identitaria» e Trump di conseguenza «interviene, con azioni unilaterali e posture insopportabili, su squilibri strutturali in un quadro di ridimensionamento dell’impero americano e dell’Occidente».

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STRANE COINCIDENZE
Dopo aver spiegato il perché e il percome l’economista boccia la «linea della fermezza» europea dei controdazi in quanto «autolesionistica», esattamente come «la narrazione sull’Ucraina da sostenere fino alla vittoria contro la Russia». «Come con il Cremlino», spiega, «la risposta può essere soltanto il negoziato multilaterale, in un contesto dove i Brics sono co-protagonisti e dove tutto è in discussione». Insomma i dazi di Trump sono l’occasione per rovesciare l’ «assetto dettato dai vincitori della Guerra fredda», e non è un caso che l’analisi di Fassina sia in un certo qual modo condivisa da Mosca e dai nazionalisti cinesi. Insieme a Cuba e alla Corea del Nord, la Russia è stata esclusa dalla mannaia di Trump in quanto gli scambi commerciali con gli Stati Uniti sono irrisori, per cui il Cremlino può guardare con compiaciuta serenità qualsiasi accadimento che metta in difficoltà l’Occidente e che soprattutto metta in discussione l’ordine mondiale costituito.

Con la consueta temperanza che lo contraddistingue l’ex presidente Dimitri Medvedev ha scritto su Telegram che è arrivato il momento perla Russia di seguire «l’immortale consiglio di Lao Tzi», ovvero, «dobbiamo sederci sulla riva e aspettare che il cadavere del nemico ci passi accanto». E «il cadavere in putrefazione è quello dell’economia dell'Ue» ha aggiunto. Il consiglio del fondatore del taoismo lo stanno ovviamente seguendo anche a Pechino, in particolare i nazionalisti cinesi che de tempo chiamano Trump “Chuan Jianguo”, ovvero lo considerano un più o meno involontario “costruttore della nazione”. Sebbene anche la Cina sia stata colpita da dazi, secondo loro «l'indebolimento storico delle relazioni transatlantiche» spingerà sempre più Paesi occidentali a entrare nell’orbita commerciale e politica di Pechino. Lo stesso Washington Post qualche giorno fa titolava che i dazi di Trump «potrebbero essere un duro colpo per l’Europa e un regalo per la Cina». Nel breve termine tuttavia Pechino deve fare i conti con quel fardello del 34% inflittole, che in particolare fa gioire uno dei suoi rivali storici, l’India, su cui grava una tariffa inferiore del 26% (anche se poi l’ordine ufficiale dice del 27%). Magra consolazione, ma abbastanza perché i giornali locali abbiano fatto notare come «tutti i Paesi che hanno ricevuto investimenti significativi dalla Cina e si stanno integrando sempre di più con la filiera cinese» siano stati «puniti». Tra questi la Thailandia (36%), il Bangladesh (37%) e soprattutto il Vietnam (46%).

«L'India ottiene un vantaggio competitivo naturale in diversi settori chiave», ha affermato il direttore del think tank GTRI, Ajay Srivastava. Pure le Filippine esultano con la loro tariffa di “appena” il 17%, con il Dipartimento del Commercio e dell'Industria di Manila che dice che adesso «l’importante è agire rapidamente e trarre vantaggio da questo nuovo sviluppo».

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EUROPEISTI
Ovviamente tra i “contenti” ci sono la Gran Bretagna, i cui quotidiani fanno notare «l’opportunità d’oro» legando la scelta di quel lieve 10% del tycoon alla Brexit, Canada e Messico, graziate da questa tornata tariffaria ma sulle quali gravano già dazi del 25%. E l’Europa? Ovviamente da noi si paventano tragedie e «conseguenze drammatiche», ma a Berlino si parla anche di opportunità e a Francoforte, dalla Bce, la presidente Lagarde fa sapere che questo è «il momento in cui possiamo decidere insieme di prendere in mano il nostro destino».

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