Dazi, Daniele Capezzone: calma e gesso, non si muore per una tariffa

Bisogna negoziare. Avendo ben chiaro il nostro interesse nazionale, le produzioni e i commerci da tutelare, le nostre imprese e i nostri consumatori da favorire
di Daniele Capezzonevenerdì 4 aprile 2025
Dazi, Daniele Capezzone: calma e gesso, non si muore per una tariffa
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Niente da fare. L’invito rivolto ieri da Mario Sechi e da mesi complessivamente dal nostro giornale (sintetizzo: il problema dei dazi c’è, ma calma, niente reazioni di pancia, semmai prepariamoci a trattare con freddezza e razionalità) non pare nemmeno lontanamente preso in considerazione dal grosso dei media italiani, impegnati in una curiosa combinazione tra una sceneggiata e una crisi isterica. Ogni volta – sia detto con il dovuto rispetto – si ha addirittura la sensazione che alcuni commenti vengano regolarmente scritti prima che Trump parli, o comunque ignorando a bella posta parti sostanziali dei suoi ragionamenti: quelli sulla reciprocità, in primo luogo, o anche quelli sulle barriere non tariffarie, a partire dall’eccesso di regolamentazioni europee che ci avvelenano la vita (oltre che complicare il commercio internazionale). Ma torniamo al cuore della questione: trattare-trattare-trattare. Con Trump la regola generale è sempre questa: e ciò vale anche per la materia scottante dei dazi, che – come principio generale – a noi di Libero non piacciono granché. Dazio chiama contro-dazio, e una spirale del genere, alla fine, può rendere il commercio mondiale meno libero, più costoso, meno vantaggioso per tutti.

AVVISI DAL WSJ
Ieri, un giornale non certo progressista come il Wall Street Journal ha ad esempio indirizzato alcuni avvisi intelligenti a Trump. Stia attento il Presidente, gli ha detto il Wsj: con i dazi si può alimentare incertezza, può esserci una perdita di centralità economica e commerciale degli Usa, e può esserci un vantaggio tattico – o forse addirittura strategico – per Pechino. Argomenti che la Casa Bianca farebbe bene a non sottovalutare. Ecco, questo è un modo intelligente di interloquire (anche criticamente). Così come, da questa parte dell’Atlantico, il pragmatismo orientato al negoziato manifestato dal governo italiano pare decisamente preferibile rispetto alle sparate di Ursula von der Leyen. Qualcuno crede che far volteggiare nell’aria le parole “vendetta” o “rappresaglia”, come è avvenuto due giorni fa (ieri mattina dall’Uzbekistan, dove si trovava, la Baronessa è stata un pochino più cauta) risolva qualcosa? Decisamente no. Ancora peggiori le reazioni giunte da Berlino, con surreali paragoni tra i dazi di Trump e l’invasione russa dell’Ucraina.

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È invece più utile studiarsi bene ciò che da tempo il nostro giornale vi racconta: gli errori europei, la cattiva coscienza di Bruxelles, i dazi (con un nome o un altro nome) che noi stessi abbiamo imposto agli Usa. Tutte cose che – alla fine – hanno indotto Trump alla sua offensiva. Ecco: con saggezza e abilità politica, ora si tratterebbe di trasformare ognuna di quelle mosse europee del passato e del presente in altrettanti strumenti di scambio con Trump: noi leviamo dal tavolo ogni discussione su dazi e tariffe contro il tuo whisky, e tu ovviamente ti rimetti in tasca le misure contro il nostro vino. Così: punto su punto, settore per settore, materia per materia. Con una bussola di assoluta affidabilità, e cioè il principio della reciprocità: siccome lui farà a noi quel che abbiamo fatto a lui, tanto vale lavorare per un intelligente “disarmo bilaterale”.

TRE OSSERVAZIONI
Così, non si tratta di impiccarsi (o impiccare Trump) a una parola, ma di non dimenticare alcuni punti fermi, da cui discenderà una conseguenza tutta politica. Primo: i dazi imposti dalla prima Amministrazione Trump (2017) non produssero un’impennata dell’inflazione. Chi lo sostiene mente. La salita dell’inflazione ci fu invece dal 2021 in poi, per effetto delle misure economiche sballate e dirigiste (green, sussidi, pacchetto post Covid) volute da Joe Biden. Peraltro, in quella fase (Trump uno), l’export italiano verso gli Usa andò benissimo. Secondo: a proposito di Biden, pure lui mise dazi e li elevò addirittura. Ma, siccome all’epoca vigeva il teorema del “Biden lucidissimo”, tacquero sia gli economisti sia i commentatori politici. Curiosa intermittenza dello spirito liberale anche in economia, come su molte altre cose: ultrasensibile se c’è di mezzo Trump, in catalessi quando invece a governare sono i dem. Terzo: una sorta di dazi li imponiamo anche noi europei, sotto forma di Iva all’importazione. Da questo punto di vista, è abbastanza patetico che alcuni si strappino i capelli per le decisioni trumpiane, mentre gli stessi non fanno un plissé per un’azione europea nella medesima discutibile direzione.

E qui si arriva alla conseguenza politica da trarre. Trump intende trattare, vuole cioè aprire una stagione di negoziati. Con tutti: con gli stati europei, con la Cina, con il Canada, con il Regno Unito, con qualunque altro interlocutore politico ed economico. E con ciascuno adotterà un metro diverso: a seconda degli interessi americani in gioco, a seconda della reazione degli interessati, a seconda del meccanismo di do ut des che lui e i vari interlocutori avranno l’intelligenza di confezionare in modo sartoriale. E allora? E allora bisogna negoziare, non c’è alternativa. Avendo ben chiaro il nostro interesse nazionale, le produzioni e i commerci da tutelare, le nostre imprese e i nostri consumatori da favorire. Va spiegata anche così la cautela del nostro governo: non sarebbe saggio ignorare le paure e le preoccupazioni delle nostre imprese, che non possono aspettare anni sperando che passi la buriana. Serve dunque politica, capacità negoziale e molto sangue freddo. Non facciamoci del male.

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