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Donald Trump, surplus, Iva e tasse Ue: ecco perché mette i dazi

Il presidente americano vuole riequilibrare la bilancia commerciale Usa, in pesante rosso da anni. L’Europa è nel mirino: ha un avanzo di 236 miliardi di dollari
di Michele Zaccardi giovedì 3 aprile 2025

4' di lettura

L’obiettivo principe è ridurre l’enorme disavanzo commerciale, che l’anno scorso ha sfondato i 1.200 miliardi di dollari. Perché, sebbene con una retorica ambigua ed erratica, che mischia il contrasto all’immigrazione alla reindustrializzazione degli Usa, Donald Trump a quello mira: minacciare i partner economici di Washington per spuntare concessioni sull’export americano. E non a caso, qualche settimana fa, ha accusato l’Europa di «essere nata per fotterci». Le tariffe «reciproche» annunciate ieri sera - che si aggiungono a quelle su alluminio, acciaio, auto e farmaci- puntano infatti a correggere «decenni di pratiche commerciali sleali» con le quali gli Stati Uniti sono stati «derubati», come ha fatto sapere la Casa Bianca.

Al di là di costringere le imprese che hanno delocalizzato a tornare in patria, processo che richiederà comunque parecchi anni, nell’immediato l’obiettivo è colpire quei quindici Paesi che vantano ampi surplus bilaterali con gli Stati Uniti. Per Trump è infatti fondamentale ridurre le importazioni, gonfiate dai forti consumi interni degli americani, riequilibrando così la bilancia commerciale che l’anno scorso ha segnato un rosso di 1.211 miliardi di dollari: per avere un termine di confronto, si tratta di una cifra pari a più della metà del Pil italiano.

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Se si considera anche il saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, che oltre ai beni registra anche i servizi e i redditi da capitale (come interessi sulle obbligazioni e i dividendi) e da lavoro - in sostanza quanto un Paese guadagna o perde dalle transazioni con soggetti esteri- l’anno scorso il disavanzo degli Stati Uniti è cresciuto del 25,2% (228 miliardi di dollari) toccando i 1.130 miliardi, pari al 3,9% del Pil. In pratica, ogni anno un flusso enorme di denaro esce dagli Usa per andare a comprare beni prodotti all’estero, ingrassando le imprese di altri Paesi, a scapito di quelle americane. Ma che i nemici giurati di Trump siano, in primis, Cina e Unione europea non sorprende, visto che da anni esportano negli Usa molti più beni di quanti ne importino. Soltanto nel 2024, il surplus di Pechino si è attestato a 295 miliardi di dollari e quello dei 27 Paesi dell’Ue a 236,7 miliardi.

E benché il ruolo del dollaro come valuta di riserva garantisca agli Stati Uniti il privilegio unico al mondo di poter consumare più di quanto producono senza subire pressioni sul tasso di cambio e conseguenti crisi valutarie, il problema di finanziare le importazioni rimane. Da qui il persistente afflusso di capitali dal resto del mondo: siccome spendono più di quanto ricevono dall’estero, nel 2024 gli americani si sono indebitati verso il resto del mondo per 1.270 miliardi di dollari. La conseguenza è un enorme accumulo di debito estero: al netto delle attività estere detenute dagli statunitensi, l’anno scorso questo ha toccato la cifra astronomica di 26mila e 230 miliardi di dollari, in crescita di oltre 6mila miliardi rispetto al 2023. Se poi al deterioramento della posizione sull’estero si aggiungono i persistenti deficit del bilancio statale, che nel 2024 ha chiuso in rosso per 1.800 miliardi di dollari (pari al 6,4% del Pil), i timori dell’amministrazione Trump sulla stabilità finanziaria americana appaiono comprensibili.

Quanto alle ragioni addotte per giustificare i dazi contro l’Europa, il presidente ha messo nel mirino l’Iva: ritiene infatti l’imposta distorsiva del commercio, visto che l’aliquota media nei 27 Stati membri è del 21% mentre la sales tax americana (sempre un’imposta sulle vendite) in media è pari al 6,6%. Un argomento che però è privo di sostanza: l’Iva colpisce infatti tutti i beni venduti nell’Ue, indipendentemente dal fatto che siano prodotti negli Usa o in Francia.

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Semmai, qualche ragione Trump ce l’ha quando accusa l’Ue di imporre dazi più elevati. In media, secondo l’Organizzazione mondiale del commercio, le tariffe europee si aggirano sul 5%; se si considera invece la media pesata, che misura i dazi in base al valore dell’import dei beni su cui gravano, si scende al 2,7%. Negli Usai dazi medi sono del 3,4%, mentre la media ponderata è del 2,2%. Un esempio su tutti: mentre Bruxelles applica una tariffa del 10% sulle importazioni di veicoli, gli Stati Uniti solo del 2,5% (sulle autovetture). Le conseguenze sull’economia globale della guerra commerciale scatenata da Trump sono ancora difficili da quantificare. Di certo c’è che a risentirne di più sarebbe l’Europa.

L’export di beni e servizi dell’Ue verso gli Stati Uniti pesa infatti per il 4,42% del Pil (dati Commissione Ue, 2023), mentre quello degli Usa per il 2,8%. Escludendo i servizi, visto che le tariffe americane colpiscono solo i beni, la fragilità dell’Europa si fa ancora più evidente: l’export europeo vale il 2,7% (pari a 503 miliardi di euro) del Pil, contro l’1,16% americano (347 miliardi). Per Bruxelles la strada pare dunque segnata: bisognerà sedersi al tavolo di Trump.

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