Da cronista del settimanale Marianne, Louis Hausalter ha seguìto per sette anni il Rassemblement national (Rn) di Marine Le Pen, la leader del sovranismo francese condannata ieri assieme ad altri otto eurodeputati di Rn per appropriazione indebita di fondi pubblici nel quadro dell’affaire degli assistenti parlamentari europei a Strasburgo. «La sentenza del Tribunale di Parigi rappresenta un terremoto politico non solo per il Rassemblement national, ma per tutti i partiti francesi e per il governo. A novembre, le richieste severe della procura contro Le Pen hanno avuto un ruolo centrale nella decisione della leader sovranista di staccare la spina, poche settimane dopo, all’esecutivo di Michel Barnier. Non credo che l’attuale primo ministro, François Bayrou, che sopravvive anche grazie all’appoggio esterno di Rn, sia sereno in questo momento», dice a Libero Hausalter, oggi firma di punta de Le Figaro, storico quotidiano liberal-conservatore francese.
I francesi si aspettavano questa sentenza?
«Nonostante la copertura mediatica, non è stato un affaire molto seguito. Anzitutto perché i fatti per cui Le Pen e gli altri eurodeputati sono stati condannati accadevano in un certo senso “lontano”, “in Europa”, coinvolgevano assistenti di eurodeputati, e l’opinione pubblica francese è più interessata a quanto succede all’interno dei confini nazionali. Inoltre, non è un dossier semplice da comprendere. L’affaire Fillon era molto più seguìto e facile da capire proprio perché era una vicenda domestica, familiare, e coinvolgeva due persone. L’ex primo ministro e candidato dei gollisti alle presidenziali del 2017 aveva assunto in maniera fittizia la moglie, Penelope, e per questo è stato condannato in via definitiva dopo tre gradi di giudizio. Nel caso della Le Pen i francesi hanno sottovalutato la portata dell’affaire per il futuro politico non solo della destra sovranista, ma anche della Francia».
Secondo lei, anche Le Pen e i suoi fedelissimi hanno sottovalutato l’affaire?
«Fino alla vigilia del processo, regnava un clima di ottimismo nel Rassemblement, Marine e i suoi luogotenenti non pensavano che i giudici si sarebbero spinti così lontano. Poi sono arrivate le richieste dell’accusa, ed è stato il primo choc per il partito sovranista. Le Pen ha deciso dunque di prendere in mano la sua difesa, parlando di “morte politica” in caso di condanna, perché i suoi avvocati avevano sottovalutato l’entità dell’affaire e soprattutto la questione dell’ineleggibilità con applicazione immediata. La sentenza è il colpo di grazia per la leader Rn».
Ieri, prima del verdetto, come se avesse intuito che il suo destino fosse segnato, Le Pen ha lanciato il suo delfino e presidente di Rn, Bardella, nella corsa per l’Eliseo: «Jordan ha la capacità di essere presidente della Repubblica».
«Rn è una galassia al centro della quale c’è un sole, Le Pen, e il resto ruota attorno. Certo, Le Pen ha adottato un satellite, Bardella, e lo ha fatto ruotare molto vicino: lo ha fatto nascere, formato e nominato a 27 anni presidente del partito. Ma Bardella resta una costruzione di Marine».
Crede dunque che non abbia alcuna possibilità in vista delle presidenziali del 2027?
«Bardella non ha lo spessore, la densità intellettuale e soprattutto l’esperienza politica di Le Pen, qualità che, in una campagna presidenziale, ti permettono di evitare gli errori e di non naufragare in caso di condizioni avverse. La campagna per le legislative ha mostrato la debolezza del candidato Bardella rispetto a una Le Pen che alle spalle ha l’esperienza di tre presidenziali».
Nel 2018 lei ha consacrato a Marion Maréchal, eurodeputata sovranista e presidente del movimento politico Identité-Libertés, una biografia: Marion Maréchal. Le fantasme de la droite. Esiste la possibilità di un suo ritorno al centro dei giochi della destra sovranista francese?
«Il problema di Maréchal è che ha un percorso politico molto caotico. Ha iniziato col Front national, poi si è ritirata per un po’ dalla vita politica, prima di rientrare nell’arena accanto a Zemmour e al suo partito, Réconquête. Lo scorso anno ha chiuso i rapporti con Zemmour e si è fatta un suo movimento. Per ora non ha la struttura per tornare al centro dei giochi. A differenza della zia. Una leader che non sarà facile sostituire».