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Donald Trump lavora per la pace: nessun favore a Putin

Un gioco pericoloso mettere alla prova la pazienza del leader americano Meglio approfittare dell’occasione offerta dalla diplomazia Usa
di Daniele Capezzone lunedì 31 marzo 2025

4' di lettura

 «Angry and pissed off». Alla lettera vuol dire: arrabbiato e incazzato. Così si è autodefinito Donald Trump, parlando all’Nbc, a proposito dell’atteggiamento di Mosca. Conseguenza: «Se non dovessimo raggiungere l’intesa per fermare lo spargimento di sangue in Ucraina, e se dovessi pensare che è responsabilità della Russia, allora applicherò tariffe sul loro petrolio».

Più avanti, alternando bastone e carota, Trump ha leggermente attenuato i toni, riferendo la sua intenzione di riparlare con Vladimir Putin questa settimana e aggiungendo che la sua arrabbiatura potrebbe «dissiparsi rapidamente» se Mosca «farà la cosa giusta».
Ai lettori di Libero non sfuggirà – anche perché il nostro giornale è stato l’unico a valorizzare queste tre circostanze – che in venti giorni è la terza volta che Trump si rivolge anche a Mosca in modo decisamente ruvido.

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Una prima volta, il 12 marzo, Trump parlò di «sanzioni devastanti» se Mosca avesse detto no a qualsiasi ipotesi di dialogo con Washington e Kiev. Una terza volta lo ha fatto con le frasi di ieri. E poi c’è stata una seconda volta, forse la più interessante di tutte, nelle dichiarazioni rese da Trump la settimana scorsa a Newsmax, intervistato da Greg Kelly. Rileggiamo le frasi del Presidente Usa: »La Russia sta menando il can per l’aia (“dragging their feet”). «L’ho fatto anch’io (ndr: qui Trump allude alle sue vecchie tattiche negoziali come businessman): non voglio firmare un contratto, ma voglio per così dire restare nella trattativa, o forse non lo voglio...».

Insomma, Trump capisce perfettamente come si stia muovendo il suo interlocutore di Mosca. Verso Putin il Presidente Usa ha simpatia e anche ammirazione (in qualche misura siamo in presenza di un approccio psicologico “berlusconiano” nei confronti dell’uomo del Cremlino). Di più: Trump ha anche la precisa volontà di inserire una buona intesa sull’Ucraina dentro una cornice più ampia, offrendo a Putin agibilità geopolitica in diversi teatri, e cercando di evitare una definitiva saldatura tra Mosca e Pechino. Quindi ha tutta l’intenzione di interloquire in modo costruttivo e anche generoso verso la Russia.

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Ma al tempo stesso, diversamente dalle caricature trumpiane disegnate qui in Europa, l’inquilino della Casa Bianca non è uno sciocco, non è un pupazzo nelle mani del Cremlino, e non ha nessuna voglia di farsi umiliare e prendere in giro da Mosca. Trump, da vecchio drago della comunicazione, sa bene che non può passare agli occhi del mondo come quello che fa la voce grossa con Zelensky e poi si piega davanti a Putin.

Di conseguenza Putin – dall’altro lato – sa che dovrà dosare con accortezza le sue contromosse. Dal suo punto di vista, Trump può essere una benedizione per rientrare in partita e uscire dalla condizione di “paria” internazionale. Ma ciò richiede che l’interlocutore americano sia rispettato da Mosca, non venga preso in giro, non venga lasciato con il proverbiale pugno di mosche in mano.

La partita – di scacchi odi poker – è ancora alle fasi iniziali e carica di incognite. Ogni esito è possibile: dal più favorevole al più deludente. Ma ogni analisi che prescinda anche dall’orgoglio personale di Trump, dalla sua indisponibilità a esiti umilianti (in primo luogo per se stesso), e che invece lo presenti come il “puppet” del Cremlino, come una marionetta di cui Putin possa disporre a proprio piacimento, è un’offesa all’intelligenza dei lettori.

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A proposito di offese al buon senso e anche alla nostra memoria. È letteralmente incredibile che a sollevare il problema (vero) della riservatezza e della sicurezza delle comunicazioni della nuova Amministrazione Usa (dopo il caso delle chat su Signal e l’oggettiva figuraccia rimediata dal Ministro della Difesa Hegseth e dal National Security Adviser Waltz) sia stata nientemeno che Hillary Clinton, autrice ieri (in Italia, sulle colonne di Repubblica) di una filippica contro il dilettantismo e l’improvvisazione che regnerebbero oggi a Washington.

Dev’essere un caso di omonimia rispetto alla Hillary Clinton che, quando era Segretario di Stato, fu al centro di uno scandalo mai del tutto chiarito perché le sue email viaggiavano (in entrata e in uscita) su un server privato. In altre parole, sistematicamente, Hillary non usava la casella mail istituzionale ma la sua mail privata. Valanghe di mail sparirono, poi alcune sono ricomparse, e – ai tempi – gli apparati le diedero una grossa mano a cavarsi da un gigantesco impiccio e impaccio. Ora che la stessa Hillary si metta a dar lezioni su come vada gestita la comunicazione riservata di governo è una specie di atroce beffa. Siamo alle solite: la supercasta progressista ritiene di poter fare praticamente tutto, e contemporaneamente di poter dare lezioni etico-politiche agli altri.

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