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Quando anche i pacifici svizzeri facevano la guerra

La Svizzera di oggi può sembrare riassunta nella boutade di Orson Welles nel Terzo uomo ma la Svizzera di ieri no
di Giovanni Longoni lunedì 31 marzo 2025

2' di lettura

Che cosa hanno prodotto in Svizzera otto secoli di amore fraterno? L’orologio a cucù. È una battuta riuscita che racchiude tanta verità quanto quella che occulta. Perché la Svizzera di oggi può sembrare riassunta nella boutade di Orson Welles nel Terzo uomo ma la Svizzera di ieri no. Da quando il 1 agosto 1291 sul prato del Grütli alcuni valligiani giurarono un patto di eterna alleanza contro i nemici comuni, gli abitanti di quelle stesse comunità, città villaggi e cantoni, non fecero altro che combattersi nel modo più sanguinario. Un esempio su tutti: nella giornata di Kappel, 11 ottobre 1531, Ulrich Zwingli venne preso prigioniero, ucciso sul posto, smembrato e bruciato. Per secoli le valli alpine produssero i migliori soldati d’Europa: efficienti, spietati, costosi ma fedelissimi. Ancora oggi quello spirito marziale si ritrova nell’esercito svizzero, come hanno raccontato Jean-Jacques Langendorf e John McPhee.

La storia va avanti così fino al 1847 quando scoppia l’ultimo conflitto su suolo elvetico. Viene ricordata come la guerra del Sonderbund e corrisponde sotto molti aspetti a quella di secessione americana. Anche qui, la parte progressista, protestante e federalista avrà la meglio sui cantoni tradizionalisti, cattolici e difensori della forma statale confederale. Ma mentre dall’altra parte dell’Atlantico si scatenerà il primo scontro armato moderno con massacri, lager e coinvolgimento di civili, quella del Sonderbund sarà la prima guerra “alla svizzera”. Le truppe federali erano comandate da un generale di nome Dufour, come i cioccolatini, il quale ricordò ai suoi soldati che il nemico di oggi sarebbe stato il concittadino di domani. In tre settimane di schioppettate i morti furono un centinaio, in maggioranza fra i vincitori, i quali fra l’altro si presero cura dei nemici feriti.

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Fu il battesimo del fuoco domestico della Croce Rossa. Per quello all’estero si dovette attendere il 24 giugno 1859 quando, tra i villaggi di Solferino e San Martino, a sud del lago di Garda, si combattè lo scontro decisivo della Seconda guerra di indipendenza italiana. Fu una carneficina. I feriti morivano perché nessuno li curava. A raccontare al mondo l’orrore di quel giorno è un ricco svizzero, Henri Dunant. Non è un cronista ma il suo “Un ricordo di Solferino” è un reportage giornalistico che sconvolge l’Europa. Il 17 febbraio 1863 Dunant e altri filantropi fondano la Croce Rossa Internazionale e Henri volle come simbolo il vessillo del suo popolo felice, ma a colori invertiti. La bandiera bianca con la croce rossa al centro sembrerebbe la più adatta al carattere degli svizzeri d’oggi ma essi, tradizionalisti quali sono, hanno mantenuto il drappo originale: una piccola croce bianca che galleggia sudi un mare di sangue.

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