Trattative per il cessate il fuoco e quelle eventuali successive per una pace duratura. Le questioni più importanti sul tavolo sono tante e un punto di equilibrio è davvero difficile da trovare tra le posizioni diametralmente opposte di Ucraina e Russia. Entrambe le parti dovranno cedere qualcosa, chi più chi meno a seconda della situazione sul campo di battaglia e delle convenienze, e un ruolo fondamentale verrà ovviamente interpretato dai mediatori americani e in minor misura dall’Europa.
TERRITORI
Mosca considera i territori conquistati in Ucraina ormai come parte integrante della Federazione Russa, un dato di fatto militare sostenuto dal referendum farlocco tenutosi nel settembre del 2022. Su Lugansk, Donetsk, Zaporizhzhia e Kherson non ammette discussioni, tantomeno sulla Crimea annessa alla Russia nel 2014. Su quella scheggia di territorio russo nella regione di Kursk ancora in mano agli ucraini Putin è stato chiaro: o si arrendono o moriranno. La posizione di Kiev sui territori occupati dal febbraio del 2022 è diametralmente opposta a quella russa: non c’è pace senza che vengano restituiti. Sulla Crimea invece, dopo averne sempre sostenuto l’ineluttabile appartenenza all’Ucraina, a dicembre 2024 Zelensky ha annunciato che il suo esercito non ha forze sufficienti per la riconquista dando l’impressione di ritenerla, in vista della trattativa, sacrificabile.
La posizione europea sui territori è notoriamente allineata a quella ucraina mentre Washington ha una visione più pragmatica e realista: l’Ucraina ha perso la guerra, riconquistare quei territori è impossibile per cui deve cercare un compromesso. Più di una volta esponenti dell’attuale amministrazione Usa hanno adombrato la possibilità che in quei territori si tenga un nuovo referendum sotto l’egida di strutture internazionali come l’Onu. Nelle ultime ore il consigliere perla sicurezza nazionale Waltz, presente all’incontro di Gedda, ha detto che la Russia potrebbe dover accettare la presenza di forze di peacekeeping europee in Ucraina, mentre Kiev potrebbe essere costretta non solo a cedere territorio ma anche ad abbandonare le speranze di adesione alla Nato.
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Fino a qualche giorno fa l’unica condizione posta da Zelensky alla firma per lo sfruttamento dei minerali in Ucraina da parte degli Usa è stata quella delle «garanzie di sicurezza», in altri termini l’entrata del Paese nella Nato. Secondo il presidente ucraino è l’unico modo efficace per garantire il futuro libero dell’Ucraina. Le richieste di Zelensky hanno però sbattuto contro il muro di Trump che considera una garanzia di sicurezza il solo fatto di impegnare in Ucraina le imprese americane. L’Amministrazione repubblicana, ma anche quella precedente, ha sempre escluso l’adesione ucraina alla Nato in quanto equivalente a un impegno militare diretto degli Usa nella guerra. Non a caso l’eventuale adesione all’Alleanza atlantica è stata una delle ragioni principali, se non la principale, per cui Putin ha lanciato l’offensiva contro l’Ucraina nel tentativo iniziale di occupare Kiev e di instaurare un regime allineato a Mosca. La Russia invece ha aperto al fatto che l’Ucraina aderisca all’Unione Europea, liquidandolo come un «diritto di carattere commerciale». L’adesione alla Ue viene data per scontata a Kiev ma non a Bruxelles. Sebbene infatti sia stato dato il via all’iter, potrebbero volerci decenni perché l’Ucraina abbia tutte le carte in regola.
FORZE D’INTERPOSIZIONE
L’alternativa alla Nato per l’Ucraina, almeno nelle fasi iniziali, potrebbe essere garantita dalle cosiddette forze d’interposizione o peacekeeping che alcuni “volenterosi” Paesi europei vorrebbero schierare immediatamente sul campo. In linea di principio nessuna delle parti in causa si è opposta ma dipende dalla loro composizione. Una forza di peacekeeping composta da soldati europei ha trovato reazioni positive a Washington ma non a Mosca dove viene considerata un'adesione alla Nato con un altro nome. Un’alternativa di cui si è parlato è una forza d’interposizione composta da Paesi neutrali sotto l'autorità delle Nazioni Unite. Una buona idea sarebbe quella di schierare per la maggior parte soldati del Sud globale, o dell’area Brics, che ben difficilmente la Russia attaccherebbe per questioni di convenienza geopolitica.
ASSET CONGELATI
Poi c'è la questione dei circa 300 miliardi di dollari di asset russi congelati, per lo più detenuti dall'Europa. Mosca chiederà sicuramente una garanzia che vengano scongelati. L’Ucraina e una parte dei leader europei vorrebbe che fossero sequestrati e utilizzati per riarmare Kiev e per la ricostruzione. Gli Usa sono sempre stati titubanti sul punto perché il sequestro di quei beni è illegale dal punto di vista del diritto internazionale (non è successo nemmeno durante le due guerre mondiali) e creerebbe un precedente pericoloso. Secondo fonti accreditate Mosca sarebbe pronta a discutere sull’utilizzo di quel denaro per la ricostruzione, a patto che siano comprese le regioni occupate dai russi e quelle colpite dal conflitto nel Kursk.
FUTURO DI KIEV
Per Mosca e Washington il futuro di Kiev passa necessariamente dalle elezioni tuttora sospese da Zelensky per via della legge marziale. Il sogno del Cremlino rimane sempre quella della creazione di uno Stato fantoccio, cosa che ben difficilmente accadrà dopo la guerra. Per gli Stati Uniti invece si tratta di togliere di mezzo l’attuale presidente che dal loro punto di vista si è dimostrato inaffidabile. Per il momento rimane la legge marziale e una politica non molto aperturista di Zelensky nei confronti delle opposizioni.