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Putin, il futuro della Russia è scritto nel passato
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Putin è come «Franco e Salazar in un’unica persona», ma c’entrano di mezzo anche i colonnelli greci. È questa l’intuizione alla base di La fine del regime. La caduta di tre dittature europee e il destino della Russia di Putin, in libreria per Silvio Berlusconi Editore (636 pp., 25 euro) di un saggio che alla sua uscita in Russia nel gennaio del 2023 andò esaurito in pochi giorni, esponendo però l’autore a quella definizione di “agente straniero” che lo ha costretto all’esilio.
Classe 1969, laureato nel 1995 presso il Dipartimento di filologia classica della Facoltà di filologia dell’Università statale di Mosca Lomonosov, Alexander Germanovich Baunov iniziò in realtà dal 1999 al 2003 a lavorare presso il servizio diplomatico del Ministero degli Affari Esteri russo, all’Ambasciata in Grecia. In quel momento iniziò però ad avere problemi con il regime di Putin, e decise di passare al giornalismo, apparendo su importanti testate come Foreign Policy, Foreign Affairs, The Atlantic, Reuters, Associated Press, Bloomberg, The New York Times, France Presse, Forbes, El País. In seguito senior associate presso il Carnegie Moscow Center e il Carnegie Russia Eurasia Center, ricercatore presso l’Institut für die Wissenschaften vom Menschen di Vienna e Visiting Fellow presso il Robert Schuman Centre for Advanced Studies, vive ora a Firenze, dove ha appunto completato questa nuova redazione del libro.
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LA MADELEINE
Come lui stesso racconta, il ricordo della Rivoluzione dei Garofani che il 25 aprile 1974 riportò la democrazia in Portogallo è per lui una madeleine della tv in bianco e nero della madre da lui vista a cinque anni. Ma nel clima sempre più pesante della Russia dopo l’attacco all’Ucraina, parlare di come erano caduti i regimi autoritari di Portogallo, Grecia e Spagna negli anni ’70 era un modo allusivo per analizzare il quadro russo. Un po’ come quando Voltaire per aggirare la censura attaccava il Papa fingendo di parlare del Dalai Lama. I lettori hanno capito benissimo, da cui il successo. Ma ha capito anche il regime, da cui la decisione di cambiare aria. Se non altro, questo rifacimento fiorentino può appunto superare la mera allusione, e andare sul diretto.
Abbastanza diretto, ad esempio, è il racconto di come a comportare la caduta della dittatura greca fu il tentativo, fallimentare, di annettere Cipro, mentre il collasso del regime portoghese fu innescato dalla crescente insostenibilità della guerra per mantenere in Africa un regime coloniale ormai fuori dal tempo. Un messaggio di speranza per il popolo russo viene tratto dall’esempio della Spagna, in cui la transizione verso la democrazia, avvenuta lentamente dopo la morte di Franco, fu guidata proprio dall’élite al potere: un messaggio rassicurante che suggerisce e auspica una soluzione sicura e pragmatica per la Russia, ove si volesse evitare uno scontro violento e destabilizzante.
Tuttavia, Baunov ricorda pure come, in realtà, una transizione dalla dittatura alla libertà guidata dall’altro simile a quella spagnola la Russia la aveva già conosciuta con Gorbaciov, poco più di una decade dopo l’altro processo guidato da Juan Carlos. Purtroppo gli anni ’90 eltsiniani in Russia hanno portato a una diffusa situazione di fallimento che sfociata nella crescente stretta autoritaria di Putin in un modo che può invece evocare il passaggio del Portogallo dalla democrazia repubblicana alla dittatura di Salazar. «Anche il regime di Putin è nato dal consenso della società a un esperimento autoritario», osserva dunque Baunov.
«Analogamente a Franco, Putin è diventato di colpo l’erede in Russia di diversi regimi, e ha costruito il proprio rifacendosi non soltanto agli aspetti più attraenti del lascito dei suoi predecessori, come la vittoria nella guerra o l’economia di mercato, ma anche a un esplicito rifiuto del periodo immediatamente precedente, vale a dire i liberi, ma complicati e turbolenti, anni Novanta del XX secolo». Ha infatti ereditato la Federazione Russa creata da Boris Eltsin, di cui è stato allo stesso tempo il successore designato e il liquidatore. In quanto successore dell’uomo che aveva smantellato l’Unione Sovietica, infatti, ha iniziato quasi immediatamente a presentarsi come il leader che ne avrebbe ricostituito l’eredità, nei limiti del possibile. Simbolico, in particolare, che nel dicembre 2000, sei mesi dopo la sua elezione al primo mandato presidenziale, abbia restituito alla Russia l’inno sovietico con nuove parole scritte dallo stesso Sergej Michalkov sotto Stalin aveva scritto il testo dellaversione comunista.
IL PUTINISMO
Quindi il putinismo dalla Russia degli anni ’90 ha ereditato il mercato, dall’Urss il prestigio internazionale, dall’impero dei Romanov una grande cultura universalmente riconosciuta,e lo sterminato territorio da loro creato er il cristianesimo ortodosso. «Come Franco, Putin dava a intendere che di tutti questi periodi prendeva solo il meglio, e che non stava trascinando i loro difetti nella modernità; nella pratica, com’è ovvio, non è andata così, era semplicemente impossibile». «Ciononostante, la formazione del regime di Putin ha più aspetti in comune con quella di Salazar. Putin non ha compiuto un colpo di Stato militare, non si è appropriato del potere con la forza, non ha dovuto conquistare il paese con le armi. Come Salazar, non ha abolito, ma assoggettato le istituzioni della repubblica russa sorta dall’Urss. Con lui, l’economia russa è uscita dalla prolungata crisi degli anni Novanta». Ma da Salazar ha preso anche il modo in cui ha eliminato il suo avversario più pericoloso: Navalny come Delgado, anche se con modalità differenti.
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