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La bolla mediatica Harris e la pallottola di Trump

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Le Brigate Kamala, centro di comando sulla collina di Hollywood (tra i graduati più attivi ieri si sono segnalati George Clooney e Beyoncé) e cellule sparse in tutto il bel mondo occidentale, giù giù fino alle redazioni italiche, sono alacremente all’opera. Un primo risultato (non bisogna rispondere ai faziosi con una faziosità speculare) l’hanno già ottenuto. Per parlare col loro linguaggio un po’ esoterico e molto frivolo, hanno rimosso dalla narrazione l’impensabile, il tentato omicidio di Donald J. Trump. Eppure, era poco più di una settimana fa. Lo sparo osceno, che non dovrebbe mai esserci stato, il candidato repubblicano che indica un grafico per sostenere il ragionamento, il movimento del capo impercettibile, il miracolo millimetrico. Un orecchio sfregiato, e una campagna elettorale che rincomincia da capo, irrimediabilmente trasfigurata nell’apogeo del sopravvissuto.

 

VAI COL REBRANDING

Qui sono state brave, le Brigate Kamala. Il cambio in corsa imposto dal Partito Democratico, dai media amici e dai sottoufficiali di Hollywood a Joe Biden ha permesso loro d’inventarsi un altro spartiacque, a disinnescare l’altro. E allora via con l’operazione patinata Kamala Harris, un vero e proprio caso di rebranding: una vicepresidente in bilico tra l’irrilevanza e la dannosità diventa colei che squaderna le magnifiche sorti e progressive del Wokismo civile che arresta la marea buzzurra del Trumpismo (qualcuno straparla perfino di candidata “afroamericana”, quando la signora ha madre indiana e padre di origine giamaicana, ma che volete farci, le Brigate politicamente corrette non sparano di precisione, l’importante è che colpiscano l’uomo bianco) (...)

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