C’era una volta il salotto della finanza, era rappresentato da Mediobanca e dalle tre “Bin”, le banche di interesse nazionale (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano e Banco di Roma), che usavano la leva del denaro tenendo conto delle ragioni del mercato e di quelle dello Stato. Era un equilibrio necessario, faceva parte del dna di queste istituzioni finanziarie, era lo scopo della loro attività. Questo equilibrio è saltato da tempo, la polverizzazione del capitale delle società finanziarie ha finito per travolgere perfino i diritti dei soci, per cui ci troviamo di fronte al paradosso che l’investitore - colui che “mette i soldi” - finisce in minoranza e sta a guardare il “manager” che decide tutto. Ricordo bene che Enrico Cuccia diceva che «le azioni si pesano, non si contano», ma un capitalismo senza “padroni” era per lui inconcepibile, così anche per il suo successore, Vincenzo Maranghi e questo, naturalmente, valeva anche per il re dell’industria italiana, Gianni Agnelli, che conosceva bene l’arte del “pesare” (i voti in assemblea) ma restava padrone -imprenditore, per questo il suo manager, Cesare Romiti, non governava l’azienda senza aver consultato l’Avvocato.
Tutto questo è svanito, oggi il manager regna sovrano e l’azionista fa lo spettatore, fanno le liste, si auto -candidano, si muovono come gnomi di una finanza apolide. È un decadimento che in Italia si manifesta nei due soggetti più importanti della finanza: Mediobanca e Generali sono state trasformate in “autocrazie” dove le relazioni sono diventate più importanti delle azioni. Il risiko bancario è la prova di questa degenerazione. Quando Mediobanca si rivolge alla Banca centrale europea per denunciare il “concerto” (un’intesa non dichiarata) tra Caltagirone e Delfin - che attraverso il Monte dei Paschi hanno lanciato una scalata per il controllo della merchant bank - fa una mossa che svela appunto il gioco delle relazioni, esattamente come Generali che si rivolge alla Consob, lamentandosi sempre dello stesso concerto. In questo sinfonia c’è qualcosa che stona come un trombone che va fuori dallo spartito: Mediobanca è il primo azionista di Generali, dunque il controllante e il controllato fanno la stessa mossa e qualcuno potrebbe dire che si tratta di un altro concerto.
C’è qualcosa che non torna e sconcerta in questa rumba finanziaria dove bisogna capire chi sono davvero i comprati e i venduti. L’intreccio è tale che l’Ivass, l’autorità di regolamentazione assicurativa italiana, ha richiesto chiarimenti sull’operazione tra Generali e i francesi di Natixis, si tratta della creazione di una nuova società, un gigante del risparmio europeo in cui i manager sono tutti stranieri. Secondo l’agenzia Reuters, Ivass ha chiesto lumi sui sistemi di controllo interno e di governance. Sono punti da chiarire - come già scritto anche da Libero - non in nome di un inesistente sovranismo, ma nell’interesse dei risparmiatori e della sovranità finanziaria dell’Italia.
IL RISIKO
In questa partita, l’Unione europea ha un ruolo non meno importante. E qui veniamo a un altro episodio sconcertante che mette il risiko bancario nella sua vera prospettiva, quella della battaglia politica di alto livello, un enorme scontro tra poteri, un conflitto tra chi vuole mantenere lo status quo e chi vuole cambiare la rotta e difendere gli interessi dell’Italia in Europa e nei nostri confini. Chiedo scusa ai lettori per la lunghezza della sigla e la prosa non cristallina, ma siamo in territorio di Bruxelles, dove l’ufficio complicazioni è sempre aperto. Passiamo ai fatti: la “Direzione generale della stabilità finanziaria, dei servizi finanziari e dell’Unione dei mercati dei capitali” ha inviato all’Italia una lettera in cui si afferma che il governo non deve esaminare il dossier dell’operazione di Unicredit sul Banco Popolare di Milano perché «negli Stati membri che fanno parte dell'Unione Bancaria come l’Italia, la Banca Centrale Europea è l’unica autorità competente a valutare l’acquisizione di partecipazioni qualificate in enti creditizi ai sensi dell’articolo 127, paragrafo 6, del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea e del Regolamento (UE) n. 1024/2013». La lettera è firmata dal capo dell’unità, Almorò Rubin De Cervin, che con un tono irrituale sostiene che «l’applicazione di norme nazionali in materia di “golden powers” deve rimanere entro i limiti delle disposizioni del Trattato che disciplinano le libertà fondamentali, il mercato interno e le competenze specifiche della Banca Centrale Europea. A tale riguardo, le norme nazionali in materia di “golden power” non dovrebbero essere applicate in assenza di una minaccia reale e sufficientemente grave a un interesse fondamentale della società (...), né dovrebbero essere applicate quando possono violare le norme dell'Ue che armonizzano il mercato interno e le norme in base alle quali le banche operano in tale mercato (CRD), né dovrebbero applicarsi là dove violino le norme che attribuiscono poteri alla Bce». Stupefacente, il burocrate europeo di fatto sta dicendo che la legge italiana in materia non vale un fico secco, siamo di fronte al tentativo di esproprio dei poteri della Repubblica italiana, del Parlamento, del governo.
GOLDEN POWER
Nella lettera ci sono quattro paragrafi con richieste di «chiarimenti» il cui tono è di assoluta gravità sul piano diplomatico. In sostanza il De Cervin chiede spiegazioni al governo sull’applicazione della «Golden power», vuole sapere quali sono i criteri applicati, come viene condotta la valutazione, chi sono le autorità coinvolte, se vengono rispettate le competenze della Bce, se il governo fa valutazioni solo di sicurezza o anche di natura economico-finanziaria, qual è la tempistica e qual è l’impatto delle decisioni. De Cervin punta la sua lente da Sherlock Holmes casualmente solo sulla scalata di UniCredit su Bpm.
Domanda dell’ingenuo cronista: e gli altri? Perché in Italia non c’è solo questa operazione in pista. C’è stato un utile suggerimento o l’iniziativa è partita per curiosità intellettuale? La lezioncina dell’occhiuto funzionario è una lettura sconvolgente che apre uno squarcio sulla reale cultura politica dell’Unione e dei suoi funzionari, l’accento è perentorio, lo stile inquisitorio, il tentativo è quello di mettere il governo in una posizione di sudditanza. Non è il Commissario all’Economia che parla, ma un oscuro funzionario dell’Unione, neanche di prima fascia. Il signor Almorò Rubin De Cervin è certamente puntiglioso, ma dovrebbe almeno prendere in considerazione l’idea che la sovranità dell’Italia non è stata ancora abolita. Il meticoloso De Cervin dovrebbe conoscere bene il caso della Spagna, nazione dal quale proviene la Commissaria europea alla Concorrenza, la spagnola Teresa Ribera Rodríguez, ex ministra di Pedro Sanchez. A Madrid hanno acceso il faro sulla scalata di BBVA al Banco Sabadell e il governo di sinistra guidato da Sanchez - che rivendica l’essere alternativo al cosiddetto “sovranismo” - sta usando tutti i suoi poteri (ben più ampi e indeterminati di quelli previsti dalla legge italiana) per valutare le operazioni nel settore bancario, definito «strategico» non per un capriccio linguistico, ma perché riguarda la sicurezza del risparmio, l’autonomia finanziaria e la leva del denaro, fattori che insieme costituiscono una delle “armi” dello Stato, soprattutto in una fase di scontro tra le grandi potenze e crescente tensione geopolitica. La sovranità nazionale non è stata ancora ceduta alla Commissione Ue e ai suoi funzionari. E finché ci sarà il governo Meloni questo non accadrà.