Unicredit, così Orcel sta giocando tra Milano e Trieste

Il board di Unicredit ha dato l’ok all’Ops su Banco Bpm e intanto affila le armi per l’assemblea di Generali
di Benedetta Vitettalunedì 31 marzo 2025
Unicredit, così Orcel sta giocando tra Milano e Trieste
4' di lettura

Unicredit è praticamente pronta a scalare l’ex Popolare di Milano. Dopo l’ok dell’assemblea degli azionisti di giovedì scorso, dopo aver incassato il disco verde di Bce e Bankitalia all’Offerta pubblico di scambio (Ops) su Banco Bpm, ieri pomeriggio ha avuto anche l’avallo (all’unanimità) del board di Piazza Gae Aulenti che ha deliberato l’aumento di capitale a pagamento, in una o più volte e in via scindibile, a servizio dell’offerta lanciata su Piazza Meda. A questo punto, nei prossimi giorni la Consob dovrà approvare il documento di offerta.

Intanto, sulla delicata operazione il numero uno di Unicredit, Andrea Orcel, ha più volte ribadito quello che ormai è diventato una sorta di mantra per il manager romano: «L’offerta andrà avanti» ha ripetuto anche giovedì mattina di fronte agli azionisti riuniti in assemblea, «soltanto se c’è valore altrimenti l’operazione non verrà portata avanti». Ricordiamo che proprio con l’Ops, lanciata da Unicredit su Banco Bpm lo scorso 25 novembre, è iniziato quello che in gergo finanziario viene definito “risiko bancario”, per capirci il consolidamento bancario. Una vera e propria sarabanda, che potrà durare anche diversi mesi, in cui si potranno verificare una serie di movimenti di acquisizioni e fusioni nel comparto bancario italiano ed europeo. Un periodo di tempo in cui tutto può succedere. Sia che gli istituti di credito comprino sia che possano venire rilevati da altre banche concorrenti.

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Quel giorno, la mossa di Unicredit colse di sorpresa non solo Piazza Affari ma anche lo stesso governo che già aveva ipotizzato la creazione del terzo polo bancario (dopo Intesa Sanpaolo ed Unicredit) mandando a nozze Banco Bpm e Mps e che, quindi, ha considerato l’offerta di Piazza Gae Aulenti una sorta di interferenza nella vendita di Siena. Soprattutto visto che l’esecutivo Meloni aveva trasformato in poco tempo la più antica banca del mondo- considerata “decotta” e sull’orlo del default- in un istituto sano e che oggi è in utile e che distribuisce pure dividendi.

Un progetto che, secondo il governo, avrebbe creato un’aggregazione bancaria con solide radici sul territorio, forte sia nella raccolta sia negli impieghi e con un strettissimo rapporto con imprese e famiglie. Ma che il numero uno di Unicredit, il banchiere Orcel, quel giorno di fine novembre, ha mandato a gambe all’aria.

L’obiettivo del risiko? Senza dubbio è quello di far in modo che le banche crescano dal punto di vista dimensionale nel tentativo di conquistare una quota di mercato nazionale e/o internazionale che gli permetta così di ottenere “economie di scala” ed “economie di scopo”. In sintesi: diventare abbastanza grandi da poter ridurre i costi in relazione al giro d’affari, e soprattutto riuscire ad offrire alla clientela un’offerta di prodotti vasta in modo da soddisfare i bisogni che le banche più piccole talvolta non riescono a dare. Ma quello che è accaduto dal 25 novembre in avanti non sta esattamente andando in questa direzione. Negli ultimi mesi si sono, infatti, registrati solo una lunga serie di lanci di offerte più o meno allineate ai valori di Borsa da parte di vari istituti che non hanno fatto altro che far salire o abbassare giorno dopo giorno il valore dei titoli quotati. Una sorta di vorticosa, nonchè pericolosa, altalena che ha portato solamente incertezza ai mercati e ai risparmiatori.

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Non va dimenticato poi che Orcel, oltre all’Ops sull’ex Popolare di Milano, ha due altri grossi dossier aperti sul tavolo da mesi. Il primo è la scalata alla tedesca Commerzbank- di cui oggi detiene già il 29,9% del capitale sociale - ma che, ammesso che alla fine vada in porto, sarà un percorso ad ostacoli e pure particolarmente lungo sia dal punto di vista tecnico, sia per il deciso no dell’istituto teutonico, sia pure dal punto di vista politico visto che di recente c’è stato anche il cambio di governo. E la vendita della seconda banca del Paese non è certo ora in cima all’agenda dell’esecutivo guidato da Merz.

In tutto questo c’è, come ieri ha spiegato nel dettaglio Il Sole24Ore, lo snodo Mediobanca-Generali, quel prezioso forziere per antonomasia del risparmio assicurativo degli italiani che fa gola atanti. Cosa accadrà lo si capirà il 24 aprile, giorno dell'assemblea del Leone, quando Orcel dovrà decidere a chi dare il suo pacchetto di azioni del Leone di Trieste. Il banchiere ha tre possibilità: scegliere la lista di Mediobanca appoggiando così la riconferma per la quarta volta di Philippe Donnet; appoggiare la lista corta composta da 6 candidati di Caltagirone-Delfin che se riuscissero a portarsi a casa un bel pacchetto di voti potrebbero bloccare la governance del Leone, oppure scegliere la neutralità scommettendo sulla terza lista, quella di Assogestioni, quella dei fondi insomma.

In attesa di sviluppi, ha aggiunto il quotidiano di Confindustria, la Borsa si sta esercitando sulle possibili combinazioni nel caso in cui il piano Bpm si arenasse e il voto di Orcel andasse a favore di Piazzetta Cuccia. Tra queste c’è anche la possibilità che Unicredit possa muovere su Trieste attraverso due strade: rilanciando sulla stessa Mediobanca (oggetto della Ops di Mps) oppure agendo direttamente sul Leone con una Ops in cui potrebbe prendere forma quel vecchio progetto di uno scambio di asset, ovvero il controllo di Banca Generali da un lato e il pacchetto del 13% detenuto dalla stessa Mediobanca in Generali dall’altro.

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