Urbano Cairo è un imprenditore sveglio e svelto che ha un’idea singolare: fare l’opposizione e allo stesso tempo godere dei frutti della maggioranza. L’Urbano ha modi urbani, gentilissimo e ossequioso al bar e al ristorante il Baretto di Milano mentre saluta e ossequia, soprattutto a destra, a cominciare dal nostro mitico Fondatore, Vittorio Feltri. Esibisce giustamente la sua storia da self made man di natura berlusconiana (le antiche radici, quelle che la sinistra oggi dimentica), ma per il Cairo, classe 1957, editore e presidente del Torino, uomo chiave dell’informazione italiana, macinatore di pubblicità e vero leader dell’opposizione (vedere il palinsesto de La7, non c’è bisogno di sottotitoli, sono tutti contro la destra), fattore d’equilibrio e soprattutto equilibrista del sistema, quasi tutti sanno poco o niente. Egli è il conosciuto più sconosciuto del «sistema».
Cairo con quel nome gode del segreto della Sfinge, ma essendo per nulla parente dell’Antico Egitto non è un gran mistero. Gode della complicità dei salotti dove si fa e disfa la Fortuna di tanti, compresa la sua. Sull’Urbano domina l’assoluto silenzio, se qualcuna ne fa, non si sa. L’establishment non lo riconosce come suo figlio, non è una sagoma meritevole di delfinato (l’ostracismo fu applicato all’inizio anche a Silvio Berlusconi ma, a differenza di Cairo, il Cavaliere divenne protagonista assoluto di una “storia italiana”, perché era un gigante dell’essere outsider nell’establishment che stava morendo). Cairo è entrato nel “salotto buono” a debito (concesso con larghe vedute) e va detto che non è l’unico del giro dei nuovi e vecchi Capitani d’Industria, ma di unico vi è certamente la sua storia di “ambidestro”, un giocatore sempre in campo che in realtà tira regolarmente con il piede sinistro e fa finta di farlo con il piede destro.

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La sua biografia ufficiale presenta dei “buchi” esemplari: all’epoca di Tangentopoli, quanto Cairo faceva parte del grande sistema berlusconiano, chiese il patteggiamento e concordò una pena di 19 mesi, con la condizionale per i reati di appropriazione indebita, fatture per operazioni inesistenti, e falso in bilancio. La pena fu poi ridotta 5 mesi e il resto lo fece l’oblio, cosa che per Cairo fu più veloce. Sul Corriere della Sera - il quotidiano che fu il “postino” dell’invito a comparire che Silvio Berlusconi ricevette il 21 novembre 1994 - questo capitolo della storia di Cairo è un “buco nero”, sono cose che capitano anche ai presunti editori indipendenti.
Il Corriere della Sera di Cairo è fintamente governativo, la linea la detta Walter Veltroni (ultimo pezzo, un delirio anti-trumpiano con l’ombra del Duce su Palazzo Chigi, francamente, una follia), la foglia di fico sul versante trumpista la fa Federico Rampini (che litiga in diretta tv a Porta a Porta con l’altro vicedirettore, Federico Fubini), di editorialisti conservatori sul giornale non v’è traccia, in compenso c’è il tranquillo Antonio Polito che da senatore della Margherita passò alla vice direzione del Corrierone senza che l’inflessibile buoncostume dei giornalisti progressisti facesse un plissé sulle porte girevoli della sinistra con la redazione di via Solferino. Tutto a posto, se sei di sinistra puoi scrivere sul Corriere, gli altri? Vade retro!
Cairo per un caso della storia è anche l’editore de La7, rete di rocciosa fede progressista che ha una programmazione tale da costituire la vera opposizione al governo Meloni, tessitura quotidiana di un sinistrissimo direttore, Andrea Salerno. Hanno preso il posto di Rai3, senza essere Samarcanda perché i collegamenti esterni costano e Cairo è uno che risparmia su tutto, tranne che sulle star del talk show, ha capito che vanno presi i migliori, di sinistra, e vanno ben pagati. Il resto seguirà. Niente di esoterico in tutto questo, sia chiaro, l’informazione è libera, indipendente, salvo che per un dettaglio, i fatturati che per Cairo non sono un’opera pia: Eni, Enel, Poste, Ferrovie sono fondamentali per i bilanci del suo gruppo e si tratta, va ricordato, di aziende partecipate dallo Stato che hanno generose attenzioni verso la sua rete tv e i suoi quotidiani. La7 è contro e incassa. Denuncia il fascismo e ingrassa.
Tanto di cappello, ma la strategia è questa, non occorre uno scienziato per leggerla: da una parte c’è il Corriere della Sera fintamente «moderato», dall’altra c’è la tv a tutta sinistra de La7 che si esercita nella spallata quotidiana al governo, nelle ironie (spesso volgari e sessiste, vedere alla voce Propaganda Live, il programma condotto da Diego Bianchi, in arte “Zoro”). L’arte del talk show “lasettiana” (sembra una categoria dello spirito, è ideologia applicata al business televisivo) è a prescindere contro il governo, è questione di fede, è tifo da curva, è “torcida” da “bomboniera brasilera”, non c’è bisogno neppure di un disegnino per capire che, quando va bene, il politico o l’opinionista invitato in trasmissione sono nella comodissima posizione del 3 contro 1. Uno difende (come può) il centrodestra e gli altri che tirano freccette avvelenate con la cerbottana.

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Cairo è un abile (im)prenditore, niente da dire, ma è onnivoro, senza limiti e, naturalmente, ideologicamente nella reale posizione del pecunia non olet: il Giro d’Italia, legato indissolubilmente alla Gazzetta dello Sport, riceva importanti contributi dal governo (circa 10 milioni di euro, dal centrodestra), partecipano tutti appassionatamente, i ministri del governo Meloni.
Tutto bene. Ma il Gruppo Rcs è multiforme, sensibile al movimento di quello che i veneti chiamano gli schei. Poteva Cairo, uomo di calcio, farsi sfuggire il business delle scommesse? Sul sito della Gazzetta dello Sport (il quotidiano sportivo più letto d’Italia, una testata storica in cui Cairo ha un leggero conflitto d’interessi, essendo il proprietario della squadra di calcio del Torino), compare ancora il nome di «Gazzabet», una sezione dedicata alle scommesse che nel corso degli anni ha avuto un percorso societario a zig zag, compare e scompare, riaffiora con quote vendute nei bilanci, è fonte di varie proteste, anche tra i giornalisti che non vedevano benissimo l’idea di mischiare la critica calcistica con le previsioni su chi vince l’incontro e chi segna il primo gol. Riepiloghiamo: Cairo è proprietario del Torino, è editore della Gazzetta, il giornale in cui vengono promosse le scommesse. Così fan tutti, si dice, tutto va alla grande e con Cairo tutto è pubblicità.
La strategia dell’opposizione vera ed equidistanza finta ha prodotto questo risultato nel 2024: Cairo Communication, società quotata su Euronext STAR, ha chiuso il 2024 con ricavi consolidati lordi pari a 1.158,3 milioni di euro (1.160 milioni nel 2023) e margini in crescita con EBITDA pari a 186,6 milioni di euro (167,5 milioni nel 2023), EBIT pari a 102,6 milioni di euro (86,9 milioni nel 2023) e risultato netto di pertinenza del Gruppo pari a 45,2 milioni di euro (38,4 milioni nel 2023). Notevole, e meno male che c’è il regime, il fascismo, il nazismo, la Ducia Meloni, la Dama Nera e Trump, perbacco, con Salvini e Vance che bruciano pupazzetti di Corrado Augias. Il colore dei soldi, ecco quello che resta della propaganda.
In un sistema tv oligopolistico, Cairo occupa uno spazio di rendita nei salotti intellettuali della sinistra (compresi quelli della magistratura), continuando a mietere ricavi tra le grandi aziende dello Stato. Egli va oltre il detto “Franza o Spagna, basta che se magna”, quello era in qualche maniera una filosofia cinica e distaccata dalla bandiera ideologica, lontano da qualsiasi passione politica, qui siamo nel business rosso antico, quello che diventa l’arma dell’opposizione della sinistra mentre incassa le fatture dalla destra, gridando al golpe di TeleMeloni. È un capolavoro. Della faccia di bronzo.
