L'editoriale
Perché Roma deve opporsi a Parigi e Londra
Donald Trump sta inondando il terreno, alcune delle sue iniziative sono destinate a evaporare, altre daranno vita a fatti inediti, un nuovo scenario. L’isteria con cui l’Europa reagisce alle iniziative della Casa Bianca è solo una perdita di energia e concentrazione: sui dazi l’Unione europea ha un problema con l’America e con se stessa (si chiama Iva), dunque bisogna andare al tavolo con Trump avendo in mente una proposta e non il piagnisteo, perché le lacrime si verseranno quando la dogana americana comincerà a presentare il conto alle aziende europee, bisogna prepararsi seriamente, non lanciare tragicomici allarmi democratici contro i saluti romani Made in America.
Sulla fine della guerra in Ucraina, l’iniziativa è americana perché senza gli Stati Uniti non ci sarebbe stata la resistenza di Kiev e l’Europa è sempre andata a rimorchio di Washington. E qui veniamo al punto più delicato: l’idea di Francia e Regno Unito di inviare soldati europei. Emmanuel Macron e Keir Starmer sono due leader progressisti in crisi, tentano di prendere il comando del gioco in una scacchiera radioattiva. La difesa della sicurezza di Kiev va affidata soprattutto agli ucraini, come ha sottolineato anche Foreign Affairs. Stiamo parlando di un territorio immenso (oltre 600 mila chilometri quadrati, un’estensione da New York a Chicago e da Toronto a Raleigh, nella Carolina del Nord) dove qualche migliaio di soldati inviati da Parigi e Londra si perdono.
L’amministrazione Maga fa inorridire gli europei, ma l’infantilismo non è una splendente categoria della politica, è un problema. La Francia non è quella di Napoleone, Macron ha ordinato il ritiro dal Mali, ma racconta al mondo che si prepara a difendere l’Ucraina; quanto agli inglesi, vinsero la Seconda guerra mondiale, ma a Downing Street non abitava Starmer, c’era Winston Churchill. Passo e chiudo.