L'intervista
Papa Francesco, Monsignor Bonicelli: "Se vuole curarsi come si deve gli consiglio di dimettersi"
Monsignor Gaetano Bonicelli, lei ha conosciuto sei Papi (Pio XII, San Giovanni XXIII, San Paolo VI, Beato Giovanni Paolo I, San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI) e ha lavorato con cinque di loro, è stato Vescovo di Albano Laziale dal 1975 al 1981 e Arcivescovo di Siena, Colle di Val d’Elsa e Montalcino dal 1989 al 2001, oltre che vice assistente nazionale delle Acli (1955-1965) e Ordinario Militare per l’Italia.
Il mondo della curia romana lo conosce molto bene: cosa sta succedendo viste le condizioni di salute di Papa Francesco?
«È una situazione delicata, per lui e per tutto ciò che gli sta attorno. C’è preoccupazione, agitazione. Io ho contatti quotidiani con Roma, mi telefonano per aggiornarmi e chiedere anche qualche consiglio».
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Perdoni la sfrontatezza, ma chi la chiama? Vaticanisti, vescovi, cardinali?
«Persone vicine al Pontefice e dentro l’ambiente».
Chi gestisce, in momenti come questi, le difficoltà?
«Al di là del codice di diritto canonico, la persona più importante e impegnata è sicuramente il segretario di Stato Pietro Parolin».
Qualcuno sostiene che Bergoglio avrebbe già firmato una lettera di dimissioni.
«Io non credo che voglia dimettersi, ma penso anche che, se lo facesse, per lui sarebbe la soluzione migliore».
In che senso?
«Avrebbe tempo per curarsi con calma, senza pressioni: questa scelta potrebbe diventare fondamentale per la salute ed essere la sua salvezza. Tra l’altro non ci sarebbero polemiche: il precedente di Ratzinger ha già aperto la strada nel 2013».
Monsignor Bonicelli, piccola parentesi. In questi giorni, durante la degenza, Bergoglio ha deciso di dare il via libera alla beatificazione del carabiniere eroe Salvo D’Acquisto. Ora manca solo il riconoscimento di un miracolo per completare il processo che lo renderà beato. Lei conosce bene questo caso.
«Sono stato io ad avviare la canonizzazione».
Raccontiamo.
«Il 23 settembre 1983, quarantesimo anniversario della morte di D’Acquisto, ero ordinario militare. Dissi: “Ha fatto il suo dovere in grado eroico, ben oltre quello che il regolamento gli chiedeva. Ma perché l’ha fatto? Forse, in quel momento tragico, gli sono risuonate nel cuore le parole di Cristo: “Non c’è amore più grande che dare la vita per chi si ama”. Ma anche se la memoria del testo evangelico non l’ha aiutato, la forte educazione cristiana ricevuta in famiglia e nella scuola gli ha fatto cogliere l’essenziale del Vangelo che non è declamazione di parole, pur belle e sublimi, ma testimonianza di vita. E spiegai che da ogni parte d’Italia erano giunti al Santo Padre, al Comando dei Carabinieri e a me documenti e petizioni perché gli venisse riconosciuto questo titolo di suprema nobiltà che è la santità».
Riprendiamo la questione Papa. Lei nella lunga esperienza ha vissuto anche i giorni drammatici della morte di un Pontefice. In particolare quella di Paolo VI.
«È l’1 agosto 1978, Papa Montini arriva a Castel Gandolfo e io, in quanto vescovo di Albano, lo accolgo, ma vedo subito che non sta bene, è provato. In chiesa, mentre parla alla gente, lui che andava sempre a braccio, legge tutto da un foglietto e mi sembra insolito. Stenta a parlare».
Le condizioni peggiorano il 6 agosto.
«Sono in Abruzzo per un raduno, essendo presidente della commissione migranti. A tavola il vescovo emerito di Teramo mi dice che la mattina il Papa non ha salutato i fedeli perché indisposto, capisco che la situazione è grave, chiedo scusa, saluto, prendo l’auto e torno di corsa a Castel Gandolfo. All’arrivo parcheggio e mi accorgo che non c’è nessuno, è tutto libero. Salgo le scale e arrivo alla sua camera, la porta è aperta: entro e capisco che è morto da pochissimo. Con lui ci sono i medici, due cardinali e i segretari personali».
Ma in situazioni così tragiche e delicate le informazioni vengono gestite o c’è trasparenza?
«In quel caso massima trasparenza, i fedeli hanno saputo tutto subito».
Monsignore, lei aveva un rapporto speciale e confidenziale con Wojtyla. Ricorda l’ultima volta che l’ha visto prima della morte?
«Eravamo nei giardini del Vaticano e sono rimasto colpito dal fatto che parlasse a stento. Stava malissimo».
Torniamo a Papa Francesco. Prendiamo in considerazione l’ipotesi che dia le dimissioni: chi potrebbe prendere il suo posto?
«Complicato fare previsioni perché i cardinali sono un esercito e questa volta mettere tutti d’accordo sarà più difficile del solito».
Come mai?
«Ci sono tante figure importanti».
Qualcuno ipotizza che potrebbe essere eletto un Papa nero: l’africano Fridolin Ambongo Besungu. Perché quello sguardo perplesso?
«È preparato, ma ho l’impressione che non sia ancora il suo momento. Attualmente non lo reputo all’altezza, non lo vedo come Pontefice».
Monsignore, si sbilanci e faccia due nomi.
«Ci sono 5 o 6 candidati in gamba. Io, se potessi votare, sceglierei Pietro Parolin, l’attuale segretario di Stato che è conosciuto in tutto il mondo, ma soprattutto Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dal 2020».
Che è bergamasco come lei.
«Lo conosco bene e l’ho incontrato anche ultimamente. Non sarebbe male avere un altro Papa della nostra terra dopo Giovanni XXIII».
Bonicelli, ultimissima curiosità. Ma lei perché non è mai diventato cardinale?
«C’è stato un momento in cui mi volevano promuovere, ma a Roma qualcuno disse: “Bonicelli? Meglio di no, altrimenti poi diventa subito Papa».