E Gianfranco deluso ci riprova: continua a far politica in aula
Battaglia in punta di regolamento alla Camera sugli ordini del giorno al decreto Sviluppo relativi al trasferimento di ministeri. Colpi di fioretto che hanno fatto sbottare Gianfranco Fini: "Qui non siamo a Bisanzio", ha detto. Il presidente della Camera ha bacchettato prima Fabrizio Cicchitto per le sue "furberie tattiche", poi il governo per avere dato pareri "contraddittori" sugli ordini del giorno. Quindi la dura replica dello stesso Cicchitto: "Sugli odg c'è una normalissima dialettica parlamentare". Quindi l'affondata del capogruppo Pdl a Montecitorio: "Non capisco le polemiche. Non capisco la polemica che Fini, dimenticando il suo ruolo di presidente della Camera, e scendendo in campo mi ha rivolto", ha affermato scandendo bene le parole. L'origine dello scontro - Tutto è iniziato quando il governo ha dato parere favorevole sia ai testi di Pd, Idv e Terzo polo, contrari allo spostamento, sia a quello di Pdl-Lega, favorevole allo spostamento di sedi operative. Al momento del voto, poi, la vicepresidente Rosy Bindi ha spiegato che se fosse stato approvato l’odg dei Democratici sarebbero stati assorbiti i testi a prima firma Di Pietro, per l’Idv, e Galletti, per il Terzo polo, mentre sarebbe stata preclusa la votazione dell’odg Pdl-Lega a prima firma Cicchitto. Dura la protesta di Luciano Dussin della Lega, che ha chiesto che comunque fosse votato il testo di maggioranza. A quel punto la lettura del regolamento fornita dalla Bindi su indicazione degli uffici è poi stata ammorbidita da Fini, che nel frattempo aveva rilevato la presidenza della seduta: "Se lo chiede il primo firmatario, l’ordine del giorno si vota comunque", ha spiegato. Presa di posizione di Fini - La sua apertura non è piaciuta all’opposizione, ma Fini ha chiarito, prima con toni pacati e poi più accesi, che non gli sfuggivano certo le implicazioni politiche dietro alle tecnicalità: "Faccio notare che c'è una sostanziale differenza tra le conseguenze derivanti dall’eventuale approvazione di un emendamento e la conseguenza dell’eventuale approvazione di un ordine del giorno, ma non è prerogativa della presidenza valutare la coerenza con cui il governo esprime pareri favorevoli del governo sull'odg", ha detto prima. La situazione è esplosa quando il capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto, dopo il via libera agli ordini del giorno Pd-Idv-Terzo polo, ha annunciato che non avrebbe più chiesto il voto sul testo Pdl-Lega. Il muro di Gianfranco - A quel punto dal Pd prima Ettore Rosato poi Vinicio Peluffo hanno chiesto di firmare l’odg e di porlo ai voti comunque. Fini però ha fatto muro. "Qui non siamo a Bisanzio - ha scandito dallo scranno della presidenza - onorevoli colleghi e credo che per tutti valga prima di tutto il rispetto del regolamento e vale, in primis, per la presidenza". Dopodichè "non credo che in questi mesi travagliati, alla presidenza si possa imputare di essersi nascosta dietro un dito, ma io violerei il regolamento se ponessi in votazione un ordine del giorno dopo che il presidente Cicchitto ha detto che si accontenta del parere favorevole", ha spiegato. Fini ha poi chiarito il suo pensiero - "Ciò detto non ho alcuna difficoltà a dire, assumendomene la responsabilità, che considero una furberia tattica l’atteggiamento dell’onorevole Cicchitto che sa perfettamente che qualora venisse posto in votazione l’ordine del giorno correrebbe il rischio di vederlo bocciato", ha detto Fini. Esplicito anche sulla scelta del governo: "E aggiungo che anche se non è potestà della presidenza valutare l’intima coerenza dei pareri espressi, il governo ha espresso coscientemente dei pareri contraddittori tra di loro dando un parere favorevole a ordini del giorno che sostenevano delle opinioni diversificate. Ed è quello che tutti coloro che hanno seguito questa riunione hanno avuto modo di vedere in modo incontrovertibile".