il ciclone donald

Se sulle armi in Europa le sinistre vanno in ordine sparso

Dario Mazzocchi

Un popolo disunito, tra chi si allinea al nuovo corso e chi resta indietro. È quello della sinistra europea, vittima collaterale dell’irruzione dell’uragano Donald Trump sulla scena internazionale che sta ridefinendo i rapporti con gli alleati della Nato, coinvolgendo quindi direttamente il Vecchio continente. Va in ordine sparso: che sia al governo o all’opposizione, una parte di essa spinge sugli investimenti statali nel settore della difesa, l’altro si oppone categoricamente e lancia il guanto di sfida al presidente degli Stati Uniti. Che tira dritto incurante. Washington pretende che l’Europa faccia la sua parte e non resti adagiata sui suoi sforzi economici destinati all’Alleanza atlantica, facendo intendere stando così le cose è pronta ad uscirne. Londra, come ha annunciato ieri il primo ministro laburista Keir Starmer, si prepara allora al più cospicuo intervento dai tempi della Guerra fredda. Come annunciato ai Comuni, il Regno Unito si impegna ad aumentare la spesa perla difesa al 2,5% del Pil entro il 2027: un impegno, ha assicurato Starmer, che durerà per il resto della legislatura e che si tradurrà in 13,4 miliardi di sterline in più all’anno per il comparto militare. A Downing Street non nascondono il fatto che il ritorno di Trump rappresenti una svolta in questo senso e ammettono che l’inquilino della Casa Bianca, dove Starmer farà visita domani, ha ragione nel ribadire che l’Europa «deve fare di più».

DANIMARCA
Sulla stessa lunghezza d’onda si è posizionata Mette Frederiksen, a capo dell’esecutivo danese a trazione socialdemocratica. Sono pronti 6,7 miliardi di euro per i prossimi due anni per rafforzare le forze militari della nazione e non per paura che Trump invada davvero la Groenlandia, ma per far fronte alle minacce russe. «È la sicurezza della Danimarca ad essere in gioco», ha dichiarato Frederiksen, criticando i tagli degli ultimi decenni: «Non deve mai più accadere». Le minacce di Mosca, la storia insegna, le conosce molto bene la Polonia, in grande allerta da quando tre anni è cominciata l’invasione dell’Ucraina. Con il programma varato dal governo di Donald Tusk, che racchiude correnti progressiste, Varsavia dovrebbe risultare la più impegnata nella spesa pubblica destinata alla difesa, in aumento fino al 4,7% del Pil: in rapporto con la sua economia, diventerebbe il maggiore “contribuente” della Nato. Già nel 2024 ha stanziato oltre 33 miliardi, mettendosi alle spalle pure l’Italia, dove il campo largo Pd – M5s coltiva idee ben diverse.

La segretaria democratica Schlein non ha mai nascosto la sua avversione agli obiettivi economici della nato, tanto che nel 2023 aveva accolto la proposta dell’ormai ex cancelliere tedesco Olaf Scholz di rinviare di cinque anni l’obiettivo del 2% del prodotto interno lordo per le spese militari. Trovare una posizione comune nel Pd è una missione impossibile: tra appelli ad una «linea condivisa europea» e i dubbi sul passo indietro dettato dalla leadership, è un rompete-le-righe generale. Più irredentista il Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte, sempre in prima linea contro gli aiuti militari italiani per Kiev: soldi rubati, ripete puntualmente, alle famiglie in difficoltà. Un pasionario al pari del premier socialista spagnolo Pedro Sanchez che, al contrario di Starmer, ha rispedito al mittente i messaggi trumpiani. Niente accelerazioni, Madrid mira a raggiungere con calma – nel 2029 – il target del 2% del Pil per la difesa: il 5% richiesto dall’amministrazione repubblicana non è nemmeno considerato. Nel 2024 ha stanziato 17 miliardi, tra cinque anni dovrebbero salire a 36, ma se ne riparlerà.

 

 

IL NODO BERLINO
Quanto alla Germania, dove si fa concreta l’ipotesi della Grosse Koalition tra Cdu/Csu e Sdp, il neocancelliere Friedrich Merz ha intenzione di mantenere la promessa elettorale di sforare il limite costituzionale del debito pubblico per dirottare 200 miliardi di euro alla difesa: una somma ingente per contribuire alla indipendenza europea dall’America. I socialdemocratici sembrano favorevoli, come ha fatto trapelare il capogruppo al Bundestag, Rolf Muetzenich – rinnegando di fatto la linea Scholz. Occorrono però i voti: dovendo modificare una soglia di indebitamento stabilita dalla costituzione, serve la maggioranza qualificata dei due terzi del parlamento. Sull’ultrasinistra non si può contare: resterebbe AfD, scettica. C’è aria di perturbazioni con questo ciclone trumpiano.