Il commento
Per spingere l'economia serve un new deal del nostro capitalismo
Gli affaire in Europa si ingrossano, fanno aumentare la perplessità sulla tenuta dell’economia e di riflesso sull’occupazione. Il più complesso è quello dell’Ucraina, seguito da quello tedesco e francese, sta sulla soglia il nostro, mentre non se ne parla proprio per lo spagnolo, vista che la sua economia in spolvero da almeno 24 mesi e con potenziali di rimanerci per quest’anno e il prossimo. L’affaire Ucraino rappresenta, con l’avvento di Trump alla Casa Bianca, un grande rischio nel caso non si trovi un’intesa per finire il conflitto, che sicuramente è stato scatenato da Putin, ma che ora - inderogabilmente - deve cessare. Il sistema socioeconomico ucraino è a pezzi, la ricostruzione pur essendo sempre positiva per stimolare investimenti e produrre occupazione, rischia di costare quanto il conflitto, ossia oltre 300 miliardi di euro, un costo proibitivo per la sola Ucraina che, improvvisamente, s’è scoperto che possederebbe nel suo suolo materie prime indispensabili per l’innovazione tecnologica, in quantità così elevate che potrebbero valere centinaia di miliardi di dollari, di cui una rilevante parte andrebbe agli Usa.
Resta da capire quale comportamento intende adottare l’area euro, quanti quattrini direttamente o indirettamente intende ancora stanziare a favore dell’Ucraina e soprattutto come intende riaprire un dialogo con Putin, visto che Trump l’ha già aperto. Ma questa spasmodica somma di problemi va ad aggiungersi a quelli dell’ex locomotiva tedesca. Un governo dovrebbe riuscire a formarsi entro una paio di mesi, ma chi lo farà dovrebbe avere bene in chiaro che il motore industriale s’è ingrippato a causa dell’esagerata accelerazione green dell’auto e che quindi, prima di ogni altra cosa, si deve ridimensionare il core green e supportare il sistema automobilistico teutonico che ha due componenti rilevanti: produce essenzialmente autovetture top di gamma e la proprietà dei colossi Volkswagen, Mercedes e Bmw è totalmente nelle mani del capitalismo tedesco, a differenza del nostro residuo Fiat, finito in mani francesi, seppur con un azionista di maggioranza relativa italiano, sempre che John El kan si ritenga ancora italiano.
L’Affaire France, potrebbe essere addirittura più complicato del tedesco, sia a livello politico, visto che in estate ci sono buone probabilità che si debba rivotare con tutte le incognite e del caso, sia per il capitalismo francese che, pur basato su grandi gruppi industriali, non ha nessuno di essi nei vertici mondiali e la problematica della deindustrializzazione è in costante crescita. L’Italia non può essere ritenuta un “affaire”, alcuni fondamentali socio-economici sono solidi, come non si vedeva da anni, occupazione è ai massimi divelli da quando la si misura coi parametri attuali e l’attrattività turistica passa da record in record. Il Governo ha dimostrato di saper operare con oculatezza finanziaria, tanto da portare lo spread a livelli anch’essi più bassi da decenni, ma purtroppo il capitalismo italiano guarda altrove. Servirebbe un new deal del capitalismo italiano impegnato a possedere imprese, a fonderle per renderle meglio dimensionate, meno indebitate e maggiormente dotate di capitale proprio. Una politica industriale dettata dalla politica che garantisca regole durature e sia fissata a lungo termine stimolerebbe il capitalismo italiano.
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